Blackout mentale

▶️ Racconta di quella volta che l'ansia e la paura di sbagliare ti hanno letteralmente bloccato/a a scuola. Metti in evidenza le tue emozioni, sensazioni e spiega in che modo hai superato questi ostacoli.

👉🏻 La traccia non è solo un esercizio di scrittura, ma un'opportunità di auto-analisi e crescita personale. Il tema principale è la pressione scolastica e la conseguente paura che si manifesta.
✔️ Obiettivo: incoraggiare l'espressione di sé attraverso un racconto che ha un inizio, una fase di difficoltà e anche un momento di superamento.

Il mio racconto (ispirato a una storia vera)
Non ce la farò mai

Il continuo ronzio delle luci nel corridoio mi perfora i timpani. Ogni passo che faccio verso l'aula di letteratura mi sembra un chilometro. Le mani, nascoste nelle tasche del maglione, sono appiccicose e tremano. So di aver studiato. So di aver letto ogni singola pagina de "I Promessi Sposi", di aver sottolineato le frasi più importanti, di aver riassunto i capitoli chiave, ma il mio stomaco si stringe, come sempre, in un nodo e il respiro si fa corto.

Mi chiamo Sara. Ho diciassette anni, anzi quasi diciotto, e mi capita sempre la stessa situazione. A scuola, sono la ragazza da cui tutti vogliono copiare i compiti, quella che i professori lodano per la sua "innata intelligenza" e il suo "metodo di studio impeccabile". Ma loro non vedono quello che succede prima di ogni prova, prima di ogni interrogazione. Non vedono il panico che mi assale, il blackout mentale che mi fa dimenticare tutto quello che ho imparato. Non sanno delle mie ore disperate a casa in cui mi scivolano lacrime silenziose sul viso e vorrei solo urlare, urlare, urlare. È un terrore che nessuno conosce, è invisibile agli occhi degli altri. E poi quella voce nella mia testa che mi urla che non sono abbastanza, che tutta la mia preparazione è inutile.
Ricordo il giorno della verifica di storia. Avevo passato l'intera settimana a ripassare la Rivoluzione Francese. La sera prima ero riuscita a spiegare la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino a mia madre senza nessun intoppo. Ma la mattina dopo, seduta al mio banco con la penna in mano, la mente era una pagina bianca. Non riuscivo a mettere insieme neanche una parola. Il cuore mi batteva così forte che pensavo che gli altri potessero sentirlo. Alla fine, la professoressa mi ha guardato con un'espressione di delusione.

Ho avuto un voto decente, certo, ma non quello che meritavo, non quello che sapevo di poter prendere.
Succede sempre così. Non sono stupida o pigra, ma semplicemente terrorizzata. Il fatto è che più vado bene, più la pressione aumenta e il mio blocco ansioso diventa forte. 
"Sei sicura di stare bene, Sara?" 
La voce calda della professoressa di italiano mi riporta al presente. Mi trovo di nuovo davanti all'aula di letteratura. La campanella sta per suonare e il terrore è in agguato.
"Sì, professoressa, sto bene - le rispondo con una voce bassa, quasi un sussurro - ho solo un po' di mal di testa".
Lei mi guarda con occhi preoccupati, ma anche comprensivi. "So che sei una ragazza molto intelligente, Sara - mi dice con voce rassicurante - a volte la nostra mente può diventare il nostro peggior nemico. Ricorda, il tuo valore non è definito da un voto".
Le sue parole non cancellano il nodo nello stomaco, ma qualcosa in me si sta muovendo. È la prima volta che un adulto vede oltre la facciata della "brava studentessa".
Entro in classe. Mi siedo. La professoressa distribuisce i fogli. Il mio nome è lì, stampato in alto. Sotto, c'è la prima domanda alla quale potrei rispondere facilmente, ma non riesco a leggere. La mente è di nuovo vuota.
In quel momento, mentre la voce del panico si fa sempre più forte, la frase della professoressa mi torna in mente: "Il tuo valore non è definito da un voto". Chiudo gli occhi, prendo un respiro profondo e mi concentro sul battito del mio cuore, rallentandolo lentamente. Apro gli occhi e, invece di leggere la domanda, mi concentro sulla sensazione della penna in mano, sulla lucentezza del foglio bianco, sul profumo della carta.
Decido di non combattere l'ansia, ma di accettarla. Non la ignoro, non provo a sopprimerla. Semplicemente, le dico che siamo lì insieme, ma che per quel momento, è lei a doversi fare da parte. E lentamente, come l'acqua che riempie un vaso vuoto, le parole iniziano a tornare e, per la prima volta dopo tanto tempo, non mi sento in gabbia. Riesco a trovare una via d'uscita, è solo l'inizio, ma so di non essere in futuro una vittima del mio stesso successo. So che anche imparare a respirare bene ha la sua parte, soprattutto quando l'ansia mi toglie il fiato. E questo, per me, vale più di un ottimo voto.

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