L'angolo dell'intervista Giovanni Abbaticchio: "Essere un genitore in-consapevole vuol dire accettare di essere in cammino, imparare insieme ai propri figli"

A volte, sui social, basta un secondo per fermarsi e incontrare, grazie all'algoritmo, una persona che cattura subito l'attenzione.
Inizia così l'incontro con Giovanni Abbaticchio ..."Ciao Rosanna, grazie per aver pensato a me. Sono curioso di capire come ci sei arrivata"... Lui è l'anima dietro il progetto @thewalkingdadstory, nato nel 2016 per raccontare una genitorialità "in cammino" e senza filtri.
Giornalista, autore di libri (tra cui Penny e Palmy) e padre di due figli, Giovanni non è il solito "influencer". È un esploratore dell'imperfezione, un videomaker che ha scelto la via della lentezza in un mondo che ci vuole sempre connessi, performanti e pronti a mostrare solo il lato patinato della vita.
In questa intervista Giovanni parla della "meravigliosa stanchezza" di essere padri oggi, della sfida di restare profondi quando l'algoritmo corre e della scrittura come atto di libertà.
Se pensate che lo studio sia solo un obbligo per prendere un bel voto, leggete fino alla fine: Giovanni ci regala una visione della cultura come una forma di ribellione silenziosa, l'unica arma davvero efficace per non permettere a nessuno di pensare al posto nostro.


1) Se dovessi descrivere chi è Giovanni oggi senza usare le etichette di 'papà', 'videomaker' o 'blogger', quali tre parole sceglieresti per presentarti?
Direi sognatore, autentico e irrimediabilmente frettoloso. Sono sempre stato una persona guidata da idee e intuizioni, spesso più veloci della mia capacità di fermarmi a comprenderle davvero. Oggi sento il bisogno di diventare più razionale, di riflettere meglio su ciò che penso e su quello che desidero comunicare. Vorrei imparare a sostare di più nelle cose, essere meno impulsivo e più consapevole del peso delle parole e delle scelte.

2) In che modo la tua storia personale è diventata uno strumento pedagogico per gli altri? Cosa ti ha spinto a fare il primo passo?
A un certo punto ho capito che raccontare la genitorialità in modo genuino, con alti, bassi, paure e fragilità, poteva diventare una forma di educazione collettiva. Per troppo tempo il racconto dominante è stato patinato, perfetto e quasi irreale, soprattutto nello storytelling familiare. Sentivo il bisogno di mostrare il dietro le quinte, il lato più reale e faticoso dell’essere genitori oggi ed in questo mi ha aiutato il Covid, restare a casa 24h24 con i miei figli ed esaurirmi per bene ;) 
Non lo dico per demolire la bellezza, ma per renderla vera. Le persone si riconoscono molto più nelle difficoltà condivise che nella perfezione costruita e forse non c’è nulla di più educativo della verità. A volte ci riesco, altre volte meno, ma il tentativo resta sempre sincero.

3) Ma come si fa a restare profondi dove tutto scorre via in un secondo? Senti mai che la fretta dei social rischi di svuotare quello che hai da dire?
I sentimenti veri sono difficili da raccontare e spesso generano meno interazioni. Viviamo in una società che premia la velocità e l’esposizione totale, ma io ho scelto consapevolmente di non pubblicare ogni dettaglio della mia quotidianità né immagini dei miei figli. La profondità richiede tempo, silenzio e rispetto, mentre i social chiedono presenza continua. Questa scelta inevitabilmente riduce la visibilità, ma per me la privacy resta un valore fondamentale. Preferisco meno numeri e più coerenza con ciò che sono. Qualità e non quantità. Quando mi accorgo che la fretta dei social sta svuotando quello che ho da dire, ed è successo molte volte, mi fermo e mi prendo una pausa di riflessione. Non devo dare conto a nessuno se non a me stesso.

4) Ti definisci un 'genitore in-consapevole'. Perché, secondo te, oggi è così rivoluzionario e necessario ammettere di non avere tutte le risposte, specialmente davanti a un pubblico di genitori e giovani?
Viviamo in un’epoca che pretende certezze immediate e modelli perfetti. Ammettere di non sapere significa rompere l’illusione dell’adulto infallibile. Essere un genitore in-consapevole vuol dire accettare di essere in cammino, imparare insieme ai propri figli e riconoscere che il dubbio non è una debolezza ma uno spazio di crescita. Davanti a genitori e giovani, dire che non si hanno tutte le risposte diventa quasi un atto rivoluzionario perché restituisce umanità e libera dalla pressione della perfezione.

5) Collabori a progetti sull'accoglienza e contro le fake news. Qual è la sfida più grande nel raccontare il dolore o le verità scomode con rispetto e senza cadere nel pietismo?
La difficoltà più grande sta nel trovare un equilibrio tra empatia e dignità. Raccontare il dolore senza trasformarlo in spettacolo richiede ascolto profondo e responsabilità narrativa. Per questo sono grato a chi ha pensato a me per affrontare temi così delicati attraverso i podcast, dove presto la mia voce e il mio volto, come la Cooperativa Sociale CAPS nella persona di Marcello Signorile, un visionario capace di raccontare i valori del welfare attraverso una comunicazione sana e rispettosa. Il rischio del pietismo nasce quando chi racconta mette sé stesso al centro invece delle persone e delle storie. Nel mio piccolo cerco sempre di ricordarmi che alcune realtà non hanno bisogno di essere enfatizzate ma semplicemente vissute e raccontate con rispetto, perché la verità, quando è autentica, è già abbastanza potente.

6) C'è una rinuncia quotidiana del tuo essere padre di cui si parla troppo poco? Com'è cambiato il tuo modo di vedere la genitorialità scontrandoti con la vita di tutti i giorni?
Si parla poco della rinuncia al tempo mentale, non solo a quello fisico. Essere genitore significa imparare a convivere con una parte di sé che resta continuamente in secondo piano. Prima immaginavo la genitorialità come un’esperienza fatta soprattutto di momenti speciali e lo è davvero, ma la realtà quotidiana è fatta anche di stanchezza, responsabilità ripetute e piccoli gesti invisibili. È proprio lì che ho capito che essere genitori non è un ruolo eroico ma una presenza costante. Con i nostri errori e le nostre fragilità, esserci davvero per ciò che siamo rappresenta la rivoluzione più grande. La definisco una meravigliosa stanchezza, quella che sentiamo la sera quando andiamo a letto e che sembra amplificarsi al mattino, come se la notte non avesse mai davvero restituito energie.

7) Il mio blog vorrebbe riportare i ragazzi alla lettura e scrittura. Qual è, secondo la tua esperienza, la 'parola' o il concetto che manca di più nel vocabolario dei giovani di oggi?
Forse la parola che manca di più è attesa, nel senso di saper aspettare senza avere fretta di ottenere tutto subito. Ritrovare il piacere della conquista sana attraverso lo studio, l’impegno e la costanza. I giovani oggi possono avere e sapere tutto con un click e viviamo in un tempo che elimina le pause, dove tutto deve essere immediato, comprensibile e veloce. Leggere e scrivere però richiedono lentezza, immersione e la capacità di restare dentro un pensiero anche quando non è semplice. Recuperare l’attesa significa recuperare anche la profondità.

8) Dove vorresti che arrivasse il progetto The Walking Dad tra cinque anni? Qual è l'impatto reale, oltre i numeri dei follower, che sogni di realizzare?
Tra cinque anni vorrei che The Walking DAD Story (l’ho creato nel 2016, sono già 10 anni) fosse uno spazio riconosciuto di confronto autentico sulla genitorialità e sull’esserlo oggi. Non mi interessa crescere nei numeri ma nella qualità delle relazioni che nascono attorno al progetto. Il vero impatto sarebbe sapere che qualcuno si è sentito meno solo, meno inadeguato o più libero di raccontarsi senza paura di non essere perfetto. Vorrei tornare a realizzare video reportage raccontando storie genitoriali diverse dalla mia, come ho fatto fino al 2024. Spero anche che ci sia più spazio per le parole scritte, per i podcast e per immagini lente come quelle che si possono ancora trovare su YouTube. Farei volentieri a meno di Instagram, TikTok e Facebook. A volte mi prudono le mani e vorrei chiudere tutto per riaprire solo un blog e rilanciare davvero il mio canale YouTube, senza pensare al seguito. Forse un giorno lo farò davvero.

9) C'è qualcosa di te o della tua visione del mondo che nessuno ti ha mai chiesto in un'intervista, ma che consideri fondamentale per capire chi sei davvero?
Forse nessuno mi chiede mai quanto la fragilità abbia costruito ciò che sono oggi. Non credo nelle identità solide e definitive, credo nelle persone che cambiano, che sbagliano e che imparano continuamente a ridefinirsi. Se c’è qualcosa che mi rappresenta davvero è questa ricerca continua di me stesso, che non considero un limite ma la forma più sincera di libertà. Vorrei avere più tempo per la mia testa e per la mia salute mentale, perché la cosa che più mi spaventa è perdere lucidità, dimenticare i ricordi e non riuscire più a tenere le mani salde su questo timone chiamato vita.

10) Esercizio di scrittura creativa
Immagina un dialogo tra un padre e un@ figli@ adolescente sull'importanza dello studio. Evita i soliti argomenti come i voti, il lavoro o il futuro. Scrivi uno scambio di battute dove la cultura viene raccontata come uno strumento di libertà o di ribellione. Come convinceresti un@ ragazz@ che leggere e studiare sono le sue armi più potenti?
Padre e figlio sono seduti sul divano. Il padre inizia a parlare:
-Ehi tu, posso farti una domanda?
-Dipende. È una di quelle domande da genitore impiccione?
-Forse. Perché stai dicendo spesso che studiare non serve a niente?
-Perché sembra tutto già deciso. Le regole, le opinioni, la storia, già vissuto, perfino cosa dovremmo pensare.
-Sicuro? È proprio per questo che serve.
-Non capisco, babbo.
-Vedi, chi non legge usa sempre parole di qualcun altro. Anche quando pensa di essere ribelle. È capitato anche a me e l’ho capito tardi.
-Io sono ribelle. 
-No, che ribelle. Tu sei arrabbiato. È diverso. Lo so. Lo ero anche io alla tua età.
-La cultura non serve a diventare bravi, serve a non farti mettere in gabbia.
-Da chi?
-Da chi parla più forte. Da chi semplifica tutto. Da chi decide cosa devi desiderare.
-E un libro dovrebbe salvarmi?
-Un libro ti insegna a fare domande. E una persona che sa fare domande è difficile da controllare.
-Quindi studiare è tipo difendersi?
-Anche attaccare, se vuoi. Quando conosci le parole giuste puoi smontare un’idea senza urlare. Puoi dire no senza avere paura. Chi urla spesso è perché non conosce e allora grida per essere più forte.
-E tu quando l’hai capito?
-Quando mi sono accorto che qualcuno stava pensando al posto mio. E non mi piaceva.
-E leggere ti ha reso libero?
-Mi ha reso tosto da convincere, ho iniziato ad avere le mie idee, imparando ad ascoltare.
-Quindi dici che studiare è una specie di ribellione silenziosa?
-Esatto. Nessuno nota subito cosa sta succedendo, ma dentro di te stai costruendo uno spazio che è solo tuo.
-E se non mi piace quello che leggo?
-Allora continua finché trovi qualcosa che ti somiglia.
-Quindi studiare serve a disobbedire meglio?
-Le regole molto spesso sono fatte per….
-Essere rispettate?
-No, per essere trasgredite.
-Mi è permesso?
-Certo, si cresce anche così.
-Ora a letto. Ti voglio bene.
-Ma non ho sonno.
-Io si. Leggi un libro.
-Ehm….mi è venuto sonno.
-Ecco, appunto. Come non detto.


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