Gli incontri più belli
▶️ L'incontro con i volti che incrociamo ogni giorno diventa quasi un rituale e, a volte, è capace di cambiare il corso della giornata. Racconta di quella volta che...
👉🏻 Obiettivi
Descrizione: la traccia mette l'accento sui "volti che incrociamo ogni giorno", invitandoti a concentrarti sui dettagli, sulle espressioni e su ciò che un volto può trasmettere.
Narrazione di un piccolo evento: non si chiede di raccontare una grande avventura, ma di mettere in evidenza un momento apparentemente insignificante che ha avuto un impatto significativo in noi.
Questa è la mia storia👇🏻(ispirata da un nonnino vero che incontro ogni giorno).
Gli incontri più belli
Si chiamava nonno Ettore, così mi sembrava di aver capito la prima volta. Era un uomo con un viso rugoso come la corteccia degli alberi che lo circondavano, ma con gli occhi così azzurri e vivaci da far invidia al cielo. Si muoveva con una certa fatica e per questo si aiutava con la sua motoretta elettrica a quattro ruote, un modello color panna che sembrava uscito da un film d'altri tempi. Ogni mattina la vedevo parcheggiata lì con lui sopra che, con pazienza e calma, guardava il mondo che si muoveva.
Le prime volte ci eravamo solo scambiati un cenno col capo. Poi un giorno, Leo si era avvicinato a lui, scodinzolando con la sua solita vivacità. Nonno Ettore aveva sorriso e aveva allungato una mano tremolante per accarezzarlo. "Anche tu ami le passeggiate mattutine, eh?" mi aveva detto con una voce roca ma gentile. Da quel giorno, il nostro saluto si era trasformato in un piccolo rito.
"Buongiorno, nonno Ettore!" gli dicevo io. E lui rispondeva con un sorriso: "Buongiorno a te e al tuo amico a quattro zampe".
A volte, ci fermavamo a scambiare due chiacchiere. Mi raccontava di come la città fosse cambiata, dei giardini che una volta erano campi e delle strade dove giocava da bambino. E mi parlava della sua motoretta, che chiamava "Rolls-Royce". "Mi ha restituito la libertà", mi aveva confidato un giorno, con uno sguardo pieno di gratitudine. "Quando le gambe non volevano più seguirmi, ho pensato che avrei perso il mondo. Ma con lei, posso ancora uscire, prendere il sole sul viso, sentire il profumo dei fiori e osservare le persone che corrono".
Le nostre conversazioni non duravano mai a lungo, ma ogni parola era un piccolo regalo. Nonno Ettore mi aveva insegnato che la vera libertà non è nell'assenza di ostacoli, ma nella capacità di trovare un modo per superarli. La sua motoretta non era solo un mezzo di trasporto; era il simbolo di una vita che non si arrendeva, era il modo di dire "ce la faccio". Ogni giorno la vedevo lì, un piccolo faro di serenità in mezzo al viavai cittadino. E ogni giorno mi ricordavo di quanto fosse prezioso quel saluto mattutino, un semplice scambio di buongiorno che mi riempiva il cuore di speranza.
Poi una mattina vidi la panchina vuota e anche nei giorni successivi. La cosa mi rattristò molto e la nostra passeggiata non fu più la stessa. Ma se ripenso al nonno Ettore lo vedo ancora, con i suoi occhi azzurri e la sua "Rolls-Royce" color panna, pronto a iniziare un altro giro, a dimostrazione che per vivere pienamente, non serve correre, ma solo trovare la propria strada.
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