La rivolta della grammatica

▶️Cosa succederebbe se la grammatica si ribellasse e andasse fuori dai soliti schemi? Scrivi una storia in cui le parole si liberano dalle solite regole.

👉🏻 Obiettivo di questa traccia è:
✔️ usare la fantasia
✔️ immaginare la grammatica che si ribella e, quindi, rompere gli schemi: la grammatica non è solo un insieme di regole, ma un gioco con cui divertirsi;
✔️ capire perché le regole servono: bisogna rendersi conto che il caos dimostra l'importanza dell'ordine per comunicare in modo chiaro;
✔️ imparare nuove parole: inventare frasi "sbagliate" da inserire nel testo per essere più creativi e usare il linguaggio in modi inaspettati.

La mia storia👇🏻
La rivolta della grammatica 

Sono anni che scrivo. È il mio mestiere quello di scrivere pagine fitte di racconti, tutti precisi e senza nessun errore.


Ogni giorno la stessa storia in cui i soggetti sono sempre, in modo fastidioso e monotono, al loro posto. I verbi seguono senza lamentarsi le regole di coniugazione e gli aggettivi si piazzano lì, concordando in modo perfetto con i sostantivi. Un mondo di frasi chiare, pulite, senza se e senza ma. 
Un mondo di noia mortale, sono sincero! Ma questa storia che state per leggere ha un qualcosa di diverso, miei cari lettori, di fantastico.
Un giorno ho assistito ad una rivolta. Non quelle che vedete in TV, ma sulla mia pagina di quaderno. Non so da dove sia venuta... la prima a muoversi fu la maiuscola. Decise di non presentarsi all'inizio della frase. Si nascondeva tra le parole, sbucava a metà, a volte si metteva addirittura in fondo, come se volesse prendermi in giro.

La seguirono subito i verbi. Stanchi di essere legati ai pronomi personali, quei biricchini fecero una specie di sciopero, uscendo dalla frase e mettendosi in una lista a parte.
Gli articoli, invece, si trasformarono in fantasmi, alcune volte assenti, altre presenti ma in modo sbagliato. I sostantivi, anche loro diedero di matto, iniziarono a camminare scalzi, senza una categoria o un genere prestabilito, e i punti e virgola si moltiplicarono, trasformandosi in una specie di nebbia.

Mi ritrovai a scrivere frasi in cui il senso non era più chiaro, ma doveva essere intuito. Un senso che era come la musica, un insieme di suoni, di note, di pause, di dissonanze che creavano un'armonia diversa, strana, eppure, in qualche modo, vera. 
"Vengo al quando o al dunque, io tu noi e loro pure".
Le parole, miei cari lettori, si erano liberate: correvano, saltavano, ballavano, non avevano più le catene che la grammatica aveva messo loro.
E io non ho più scritto storie. Ho scritto mondi, mondi di parole libere, di sensi nascosti, di sentimenti che non avevano bisogno di regole per essere raccontati. E, per la prima volta, ho capito che non avevo bisogno di scrivere per essere letto. Avevo bisogno di scrivere per essere sentito.

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