Liberi di recitare
▶️ A chi regaleresti la tua arte di sorridere?
👉🏻 Obiettivo
✔️ Immaginare chi avrebbe bisogno del tuo sorriso e perché.
Potresti scegliere:
✔️ qualcuno che si sente triste, stressato o solo, e il tuo sorriso porterebbe conforto e speranza;
✔️ chi non sorride più: una persona che ha perso la capacità di sorridere;
✔️ potresti "regalare" un sorriso a un quartiere grigio, a una città caotica o a una situazione difficile, trasformandola con la tua positività.
Il mio racconto 👇🏻
Il sorriso dietro le sbarre
Il camerino era una cella. Non la sua, ma ne aveva l'odore: umidità, sapone forte e un’aria penetrante, pungente di vite sospese. Mirco, il comico più amato d'Italia per i suoi monologhi fulminanti, si aggiustò la cravatta, per questa occasione scura e sobria. Il suo solito costume di scena era un altro, scintillante e appariscente, e lo aspettava in teatro per altri spettacoli.
Si trovava nel carcere di Regina Coeli a Roma, ma non era stato contattato per esibirsi, bensì per insegnare. L'idea era venuta fuori una sera. "Porta i tuoi scherzi dove non ride mai nessuno," gli aveva detto il vecchio manager. E così aveva fatto.
Il progetto si chiamava "Liberi di recitare".
Quando entrò nell'aula, i volti che lo accolsero erano maschere di pietra. Ventidue uomini, con storie pesanti sulle spalle: erano assassini, rapinatori, trafficanti. Mirco si sedette su una sedia di legno che si reggeva a malapena e iniziò a parlare di maschere.
"Ogni giorno qui - disse - voi indossate una maschera, quella del duro, del pentito, dell’indifferente. Oggi, la togliamo".
"E che mettiamo al suo posto, capo?" replicò un uomo massiccio con un tatuaggio che gli copriva mezza faccia.
Mirco sorrise. "Mettiamo la maschera che non avete mai avuto il coraggio di portare in giro: quella dell'uomo che può sbagliare e che, per un attimo, può essere qualcun altro. Una donna. Un re. Un clown".
La prima lezione fu sulla scoperta del proprio corpo nello spazio. Camminare, cadere, rialzarsi. Nelle settimane successive, Mirco introdusse la scrittura drammaturgica e chiese ai detenuti di scrivere un monologo, non sulla loro vita, ma su un oggetto che avevano amato e perduto. I risultati furono inaspettati.
Riccardo, un giovane spacciatore, scrisse un lamento struggente per un vecchio giocattolo di latta che aveva perso al parco da bambino. Il giocattolo non era importante, ma lo era il senso di ingiustizia innocente che provava per quella perdita.
L'uomo col tatuaggio, Giovanni, consegnò una pagina con solo tre frasi, scritte a fatica: la mia sedia era una trono. Il trono è vuoto. Mi manchi, radio a transistor. Quella radio, capì Mirco, era stata l'unica voce amica della sua infanzia solitaria.
Dal momento in cui iniziarono a recitare questi brevi testi, l'aria divenne meno tesa, perché stavano confessando una parte di sé che avevano nascosto e perduto per tanti anni. Mirco usò il suo talento comico solo per alleggerire la tensione.
"Quando sbagliate la battuta non vi buttate giù. Usate l'errore. L'errore in teatro è un regalo. Ti costringe a essere vivo, a improvvisare. Nella vita reale... beh, è troppo tardi. Ma qui, in questo spazio, l'errore è la vostra libertà".
Dopo sei mesi, il progetto terminò in una rappresentazione che aveva come pubblico il direttore del carcere, alcuni agenti e tre assistenti sociali.
Il testo era un adattamento di Mirco, una commedia intitolata "Il potere della vita", sulla difficoltà di riconoscersi dopo aver fatto scelte sbagliate. Quando Giovanni, vestito con una maglia bianca larga, salì sul palco, non c'era traccia del boss. Lì c'era un uomo nervoso che doveva interpretare un vecchio giardiniere stanco. A metà del monologo, inciampò in un cavo e cadde. Ci fu uno scatto tra il pubblico e i suoi compagni detenuti trattennero il respiro. Ma Mirco aveva fatto bene il suo lavoro.
Giovanni non si rialzò subito, restò a terra, e nel silenzio assoluto, emise un gemito stanco. Poi si lasciò andare a una risata roca, onesta, senza paura. Era la risata del suo personaggio, ma alla fine era la sua. Si rialzò, si tolse la polvere e continuò la scena. Era una risata che, per un attimo, aveva spazzato via il cemento della cella, l'odore di sapone e la pesantezza della colpa. Al termine della rappresentazione, mentre Mirco raccoglieva gli appunti, Giovanni gli si avvicinò. "Grazie, Maestro - disse - non per avermi insegnato a recitare, ma per avermi fatto capire che, pure qui, posso ancora improvvisare un finale diverso". Mirco sorrise. Aveva portato la speranza negli spazi più bui, dimenticati e questa volta non con le sue battute, ma con l'arte che insegna la verità: che in ogni vita, per quanto segnata, c'è sempre spazio per un nuovo, inatteso, atto.
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