L'angolo dell'ntervista Costanzo Del Pinto: "Il talento è importante, ma la vera differenza la fanno la costanza, l’autenticità e il coraggio di mostrarsi per quello che si è, senza maschere"

Il Molise non esiste, dicono. Ormai questa frase suona un po'...desueta? Sì, desueta e senza senso. Direi che il Molise, oggi sono molto campanilista, oltre che esistere è una grande fucina di artisti e, l'ospite che ho l'onore di presentarvi, è un artista a 360°.

Dietro ogni canzone c'è una storia. E la storia di Costanzo Del Pinto, cantautore molisano e polistrumentista, è ricca di note, palchi importanti e una profonda dedizione all'arte del racconto.
​Lo abbiamo conosciuto come il carismatico concorrente di Amici (edizione 2013), ​ma la sua vera "scuola" è stata accanto a una leggenda: per diversi anni, Costanzo ha affiancato Dodi Battaglia (Pooh) come vocalist, un'esperienza che ha forgiato il suo talento e la sua capacità di emozionare.
​Oggi, Costanzo torna con il suo progetto solista e lancia il nuovo singolo "L'ultima sigaretta" il 31 ottobre.
​In questa intervista, sono voluta andare oltre la melodia, esplorando l'anima creativa che muove i suoi testi. 
​Preparatevi ad entrare nel mondo di Costanzo Del Pinto, dove ogni nota è un frammento di vita.

  
1) Partiamo da una notizia importante: il 31 ottobre esce il tuo nuovo singolo, "L'ultima sigaretta". È un titolo che evoca un momento preciso, quasi un punto di non ritorno. Qual è la storia o l'emozione che hai voluto 'spegnere' o, al contrario, accendere, con questo brano? È un racconto di addio, di una pausa, o di un nuovo inizio?
"L’ultima sigaretta” nasce da quel momento sospeso in cui senti che qualcosa sta finendo, ma non hai ancora il coraggio di lasciarlo andare del tutto. È un addio, ma anche un rito, un gesto che ti permette di metabolizzare
ciò che non puoi più trattenere. In fondo, ogni ultima sigaretta è una promessa che non sappiamo se manterremo davvero e in questo brano ho voluto raccontare proprio quella contraddizione: il desiderio di chiudere un
capitolo, ma anche la paura del vuoto che arriva dopo. È una canzone che parla di resa e rinascita allo stesso tempo.

2) Quando stai per scrivere un nuovo brano qual è il tuo punto zero? Nasce prima la parola, prima l'armonia, o prima la sensazione? E per il singolo in uscita il 31 ottobre, qual è stato il 'primo schizzo' di questo nuovo racconto musicale e chi ha contribuito con te a svilupparlo?
Di solito il mio punto zero è una sensazione.
Non parto quasi mai da una parola o da una melodia precisa, ma da qualcosa che mi rimane addosso: un’immagine, un ricordo, un’emozione che non riesco a scrollarmi di dosso. Quando sento che quella sensazione ha bisogno
di uscire, allora comincio a suonare, e piano piano la musica trova il suo linguaggio.
Per “L’ultima sigaretta” tutto è partito da un momento molto reale, quasi banale: una chiacchierata a fine serata, quella pausa prima di dirsi addio. È nata lì, in quel silenzio che pesa più delle parole. Il primo schizzo è stato
proprio quel silenzio, tradotto in un giro di accordi semplice ma pieno di malinconia. Ho lavorato al testo finale del brano insieme ad Antonello Carozza e Gioele Di Tommaso, poi ho curato arrangiamento e produzione
insieme a KMas (Cosmo Masiello) che ha saputo dare alla canzone la giusta atmosfera, sospesa tra nostalgia e libertà.

   (Copertina dell'album)

3) Quando ti esibisci dal vivo, quali sono le emozioni che speri di trasmettere al pubblico e, soprattutto, quali provi tu in quel preciso istante? C'è un momento in cui l'emozione prende il sopravvento sulla tecnica?
Quando mi esibisco dal vivo, la cosa che desidero di più è creare un contatto vero. Non mi interessa che il pubblico mi ascolti soltanto, voglio che si riconosca in quello che canto, che senta di poterci entrare dentro. Ogni volta
che salgo sul palco, porto con me tutto: le fragilità, le paure, ma anche la voglia di riscatto.
C’è sempre un momento in cui l’emozione prende il sopravvento sulla tecnica e per me è il momento più vero. A volte mi spaventa, perché ti mette completamente a nudo, ma è anche quello in cui capisci perché fai musica.
Quando succede, non c’è più differenza tra me e chi ho davanti: siamo la stessa cosa, per qualche minuto. Creare questa connessione mi mette in pace con me stesso. 

4) Se dovessi riassumere in una sola frase il messaggio o il sentimento ricorrente nella tua musica, quale sarebbe? Qual è la verità che Costanzo Del Pinto desidera condividere con chi lo ascolta?
Se dovessi riassumere tutto in una frase, direi che la mia musica parla di resistenza emotiva, del bisogno di restare fedeli a sé stessi anche quando tutto sembra crollare. La verità che cerco di condividere è che non serve essere perfetti per essere veri: serve avere il coraggio di mostrarsi, anche con le proprie crepe.
Ogni canzone per me è un modo per dire "ci sono ancora, nonostante tutto” e spero che chi mi ascolta possa sentirsi meno solo in quel “nonostante”.

5) Sei entrato nella scuola di Amici nel 2013 come "titolare" e hai definito quell'esperienza come una delle più formative. Al di là della notorietà, quali sono stati gli aspetti più significativi dell'essere in una "scuola" così intensa? C'è un insegnamento (tecnico, emotivo, o di gestione della pressione) che porti ancora oggi con te sul palco?
Amici per me è stata una vera palestra di vita, prima ancora che artistica. Lì impari a convivere ogni giorno con la pressione, con il giudizio costante e con la necessità di dimostrare chi sei in pochissimi minuti. Ma soprattutto impari a tenere duro, a credere in te anche quando intorno sembra che nessuno lo
faccia. Dal punto di vista tecnico ho ricevuto tanto, ma la lezione più grande è stata quella umana: capire che il talento non basta, che serve disciplina, ascolto e una grande capacità di gestire le proprie fragilità. Oggi, ogni volta che salgo sul palco, porto con me quella consapevolezza che la musica non è solo voce e tecnica, ma anche verità e respiro.

6) Sei stato considerato da molti "il primo vero Rocker di tutte le edizioni di Amici". Come ti sei sentito a portare un genere con un'anima così specifica in un contesto di talent show televisivo? E, se ripensi al momento dell'eliminazione, quando hai salutato cantando "Always" dei Bon Jovi, cosa volevi comunicare al pubblico con quella scelta?
Portare il rock dentro un talent come Amici è stato, in un certo senso, un atto di coraggio. Sapevo di non essere “il prototipo” del cantante televisivo, ma volevo restare fedele a me stesso e al suono che mi rappresentava davvero. Il
rock, per me, non è solo un genere: è un modo di stare al mondo, diretto, istintivo, viscerale. In quel contesto a volte poteva sembrare fuori posto, ma era la mia verità e credo che la gente lo abbia sentito.
Quando sono stato eliminato e ho cantato “Always” dei Bon Jovi, non l’ho scelta per caso: era il mio modo per dire “grazie” e “non è finita qui”. Quella canzone parlava di amore, di perseveranza, ma anche di non arrendersi, e in
quel momento era esattamente ciò che volevo comunicare. Anche se uscivo da quella porta, sapevo che non stavo lasciando la musica, stavo solo iniziando a viverla a modo mio.

7) Oltre alla musica (cantautori, band, ecc.), ci sono altre forme d'arte che influenzano la tua scrittura (es. un film, un libro, un quadro, la poesia...)? C'è un libro o un autore in particolare che porti nel cuore e che riemerge, magari inconsapevolmente, nei tuoi testi?
Sì, assolutamente. Credo che la musica viva di contaminazioni e ogni forma d’arte che riesce a toccarmi finisce per lasciare un segno anche nella mia scrittura. Mi ispirano molto il cinema e la scrittura, in particolare quella di Alda Merini! Mi piace quando un’immagine, un verso o un dettaglio visivo riescono a raccontare un’emozione meglio di mille parole. Nei miei testi credo riaffiorino spesso questi mondi. Quella tensione tra fragilità e forza, tra realtà e sogno, che appartiene a tutte le forme d’arte sincere.

8) Sei stato un vocalist di Dodi Battaglia. Dopo oltre 300 concerti insieme, qual è la lezione più importante, non solo a livello musicale ma anche umano o professionale, che hai appreso stando al fianco di una figura storica come lui? E in che modo questa esperienza ha modellato il tuo approccio alla scrittura dei tuoi brani solisti?
Stare al fianco di Dodi Battaglia per così tanti concerti è stata una scuola enorme, sotto ogni punto di vista. Ho imparato cosa significa davvero il mestiere del musicista: la dedizione, la precisione maniacale, il rispetto per il
palco e per il pubblico, ogni singola sera. Ma soprattutto ho visto da vicino cosa vuol dire vivere la musica con umiltà, anche dopo una carriera così grande.
A livello umano, Dodi mi ha insegnato che il talento conta, ma è la costanza a fare la differenza. La musica non è solo ispirazione, è anche disciplina, ascolto, equilibrio. Questa esperienza ha cambiato il mio modo di scrivere:
oggi cerco la verità, ma con più consapevolezza. Cerco di far convivere l’istinto del rocker con la cura di chi sa quanto peso ha ogni nota e ogni parola.

9) Cantare i brani dei Pooh o quelli solisti di Dodi è una responsabilità enorme, dato l'affetto del pubblico. Come si approccia Costanzo Del Pinto all'interpretazione di canzoni che hanno già fatto la storia? C'è un brano che, pur non essendo tuo, senti particolarmente vicino emotivamente? 
Cantare i brani dei Pooh o quelli di Dodi è sempre stato un onore ma, allo stesso tempo, una grande responsabilità. Quando interpreti canzoni che hanno segnato la vita di così tante persone, devi trovare un equilibrio sottile:
rispettare la storia che portano con sé, ma anche metterci qualcosa di tuo, altrimenti diventano solo imitazione. Il mio approccio è sempre stato quello dell’ascolto e della verità. Prima di cantare un brano, cerco di capirne l’essenza emotiva, di sentire cosa mi
trasmette davvero. Solo così posso restituirla al pubblico in modo sincero.
Tra tutti, uno dei pezzi che sento più miei è “Isabel”. Ogni volta che la canto, mi ricorda perché ho iniziato a fare musica: per cercare un contatto umano, un’emozione condivisa. Non è una mia canzone, ma ogni volta che la interpreto diventa un po’ anche mia, perché ci metto dentro la mia storia e la mia voce.

10) Fuori dallo studio di registrazione o dal palco hai degli hobby o dei rituali che ti aiutano a "staccare" e a ricaricare la creatività?
Sì, ho alcuni rituali che non nego, perché ho capito che la musica è totale ma anche che per farla bene ci vuole tempo per lasciarla respirare. Fuori dal palco e dallo studio, cerco di restare semplice: un giro in moto, a cavallo o
ancor più spesso una camminata, anche breve, mi serve per liberare la testa, sentire aria, rumore, pensieri che escono dal circuito «musica, pubblico, società».
Ho imparato anche che stabilire un piccolo rito prima di scrivere aiuta: accendo magari una luce più calda, cambio l’ambiente, mi siedo con la chitarra o il piano elettrico, senza fretta e lascio che la sensazione arrivi prima della parola o dell’accordo.
Sono momenti in cui non mi chiedo «come varrà», «come suonerà», ma solo «come mi sento». Insomma: credo che ritagliarsi spazi di “non musica da prestazione” mi rinnovi, così che quando torno a scrivere o a suonare ho voglia, energia, qualcosa dentro da dire, non solo tecnica, ma verità.

11) Dopo l'uscita del singolo, ci sono altri progetti in cantiere? Un album, un tour specifico, o magari una collaborazione inattesa?
Assolutamente sì. Questo singolo fa da apri pista ad un percorso ampio e dinamico: sto lavorando all’album “CoST” che vedrà la luce nei prossimi mesi, con nuovi brani che vogliono raccontare diversi lati di me, più intimi e
anche più esplosivi.
C’è l’idea di un tour, non enorme ma intenso, fatto di concerti in cui poter creare un vero dialogo con il pubblico, e ci sono anche alcune collaborazioni in fase di definizione, alcune delle quali magari inaspettate. L’idea è continuare a crescere, ma restando sempre fedele alla mia voce e al mio stile.

12) C'è un consiglio che daresti a chi è all'inizio del suo percorso e magari si sente bloccato, che sia esso un musicista, uno scrittore o un artista di qualsiasi tipo?
Direi di non avere fretta e di non cercare scorciatoie o più precisamente la
fama.
Non è la notorietà il punto d’arrivo, ma realizzare degli obiettivi. In Italia più che in altri paesi, noto una percezione un po’ distorta del nostro lavoro: molti pensano che fare musica significhi soprattutto apparire, ottenere successo o farsi solo notare. In realtà, il cuore del nostro mestiere è il racconto.
Il talento è importante, ma la vera differenza la fanno la costanza, l’autenticità e il coraggio di mostrarsi per quello che si è, senza maschere. Ogni difficoltà, ogni rifiuto, ogni momento in cui ti senti bloccato è in realtà un’opportunità
per capire chi sei e cosa vuoi veramente esprimere. La cosa fondamentale è continuare a fare, anche quando sembra inutile, perché, come da frase fatta: è proprio da quei momenti che nascono le cose più vere.

13) Scrittura creativa: in sole sei parole scrivi qual è il potere della musica per te.
Sei parole sono troppo poche per ciò che viaggia nella mia testa! Ahah
Ma proviamoci: “Urla verità che nessuno osa dire”.






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