L'angolo dell'intervista Diandaneve: "Oggi siamo noi la notizia, l’intrattenimento, la critica… la noia"

L'ironia è una forma di intelligenza che non ha bisogno di rumore. Oggi vi presento Marco Dianda, conosciuto sul web come DiandaNeve.
Marco è un osservatore attento: scrive per "Trash Italiano" e crea contenuti social dove analizza la TV con uno sguardo critico raro. In questa intervista si è raccontato senza filtri, spiegando come i social siano stati per lui una 'finestra' per tornare a mettersi in gioco e come la sua neurodivergenza gli offra una lente diversa, capace di cogliere dettagli che ad altri sfuggono. Dalla sua esperienza come educatore fino al desiderio di un Sanremo che avrebbe voluto veder condotto dal grande Fabrizio Frizzi, le sue parole sono un invito a guardare oltre lo schermo.

Aspetto con interesse uno sguardo di Marco su questo blog. Mi chiedo spesso se il mio messaggio arrivi a destinazione e cerco sempre nuovi spunti per migliorare e far capire il lavoro che porto avanti.

1) Benvenuto, Marco.
Potresti presentarti brevemente e raccontare qual è il motivo principale che ti ha spinto a creare contenuti basati sulle tue "opinioni non richieste"?
Grazie Rosanna, è un piacere.
Sono Marco Dianda, sui social DiandaNeve, ho 39 anni e, poco dopo la pandemia, ho rivoluzionato la mia vita professionale per cercare di avvicinarla sempre di più alle mie esigenze e alle mie ambizioni. Adesso sono un content creator e scrivo articoli per Trash Italiano.
Ho iniziato a pubblicare perché nei quattro anni passati in casa l’ansia sociale aveva preso il sopravvento. Ho deciso di affacciarmi dalla “finestra” che mi creava meno turbamenti, ovvero i social, anche se sapevo che aveva le sue insidie. All’inizio era solo un esercizio per tornare a mettere il becco nella società.
La maggior parte delle opinioni espresse sui social non sono richieste. Siamo diventati tuttologi a colpi di tutorial. Oggi esperti in criminologia, domani in biorobotica e, all’occorrenza, diamo anche il nostro parere sul cambiamento climatico. Se poi ci scappa una bella lite è il top. In questa giungla mi sono creato un varco cercando di capire quali fossero i linguaggi, gli interessi, gli argomenti che creavano più engagement, con l’obiettivo sì di commentare i programmi d’intrattenimento TV, ma anche di riflettere sul comportamento di tutti noi utenti social. Il mio modo di commentare è cambiato molto dall’inizio, nel giugno del 2024, a oggi, ed è una cosa di cui vado fiero.

2) Hai scelto l'ironia e l'educazione. Ti è mai capitato di avere qualcuno contro proprio perché non usi toni aggressivi?
Certo che sì. Tendenzialmente, se una persona è arrabbiata con te, ti provoca o crea il pretesto per iniziare una discussione, se mantieni dei toni pacati e ironici la fai annoiare in tempo zero. Se, invece, assumi gli stessi toni polemici la invogli ancora di più ad attaccarti. Ho deciso che non ho voglia di intrattenere chi non sa confrontarsi con gli altri in modo civile. Se le offese e i toni diventano insostenibili viene meno il dialogo. Sui social esiste il tasto “blocca utente” e io lo uso senza particolari sensi di colpa.

3) Cosa ti dà più fastidio oggi nel mondo dell'intrattenimento e come vedi il futuro tra TV e social?
Mi infastidisce l’incapacità di osare, di sperimentare qualcosa di nuovo. Non mi riferisco solo ai format, ma anche alla possibilità di dare spazio a nuovi conduttori e nuove conduttrici. Io, che amo le routine, ho sempre pensato alla TV come qualcosa di mutevole.
Il futuro della TV e dei social lo immagino costantemente integrato. Con il fenomeno della convergenza, che ha reso il televisore, il cellulare, il PC e altri device sempre più simili tra di loro e lontani dall’uso principale che ne facevamo in origine, vedo una TV sempre più svincolata dallo spazio e dal tempo. Gli spettatori si costruiranno la loro dieta mediatica attraverso le piattaforme streaming, con contenuti on demand, sganciati dalle logiche della rigida programmazione televisiva.
Del resto il vizio di “scrollare” lo schermo del telefono ci ha resi irrequieti, facilmente annoiabili, sovrastimolati. È difficile vivere lo stupore dello spettatore medio che, fino alla fine degli anni ’90, non produceva contenuti. Oggi siamo noi la notizia, l’intrattenimento, la critica… la noia.

4) Per cambiare prospettiva, c'è un programma o un personaggio televisivo che invece apprezzi particolarmente?
Apprezzo molto Andrea Delogu e Bianca Guaccero. Due professioniste dotate di talento in diversi ambiti: la conduzione, la recitazione, la danza. Si buttano, hanno coraggio, empatia e sanno ammaliare il pubblico.
Non faccio un torto a nessuno se ti dico un programma che amavo e che adesso non va più in onda: 'Storie Maledette'. In realtà non sono un appassionato del genere crime, ma la magistrale bravura di Franca Leosini nel trasformare in poesia certi fatti di cronaca nera mi lasciava ogni volta a bocca aperta.

5) Spesso noti dettagli che molti ignorano. In che modo riesci a cogliere sfumature così particolari quando analizzi un contenuto?
Io credo che la neurodivergenza in questo senso aiuti. Sono una persona nello spettro dell’autismo e ADHD. Non starò qua a dire che è uno spasso, ma credo che il pensiero divergente derivi proprio da lì. Dopo la diagnosi, la percezione di essere una sorta di alieno si è trasformata in un giudizio meno severo.
A volte essere un pesce fuor d’acqua mi permette di osservare il mondo da un’altra prospettiva, anche se, “avendo le branchie”, devo accettare periodi di apnea (leggasi scomodità).

6) Cosa ti aiuta a leggere meglio certi comportamenti o le dinamiche di gruppo che vediamo spesso in TV?
Mi sono abituato a non precipitarmi sulle conclusioni. Quando mi faccio un’idea su qualcosa cerco di fare un passo indietro per avere una vista in modalità “grandangolo”. A volte ci riesco e altre volte contraddico il me stesso del passato perché mi concedo la libertà di cambiare idea, anche a costo di prendermi dell’incoerente.
Poi ascolto molto i punti di vista altrui, sui social e in TV, perché sia breve e conciso. I “pipponi” infiniti non fanno per me.

7) Secondo te, quanto è difficile per un personaggio pubblico oggi restare autentico senza farsi condizionare dal proprio ruolo?
Tanto quanto lo era in passato. Il ricordo di Gabriel Garko che fingeva di stare con Eva Grimaldi (e viceversa) sembra lontano anni luce, ma questa farsa che entrambi hanno dovuto mettere in scena contro la loro volontà pur di lavorare è una pratica che di certo non è scomparsa. E non riguarda solo l’orientamento sessuale, ma anche altri frangenti.
Banalmente quello del linguaggio: c’è chi vuole dare l’impressione di essere un bravo ragazzo e quindi non pronuncia mezza parolaccia, chi cerca di mantenere il mito della propria fama anche se di fatto l’ha persa da oltre vent’anni.
E poi c’è chi abbraccia l’autenticità, come Antonella Clerici, che trovo la persona meno vincolata della TV. Se vuole fare una critica la fa, pur con toni pacati; se vuole prendersi una libertà se la prende. È libera e il suo pubblico apprezza questo aspetto.
Mi pare di notare un’inversione di rotta nei giovani. Li trovo più consapevoli delle loro esigenze in termini di salute psicologica. Vedi anche nei talent che si prendono il “lusso” di staccare la spina per una settimana per poi rientrare se se la sentono. In passato era fantascienza, “the show must go on”, se ci sei bene e se non ci sei ciaone.

8) C'è un confine che non superi mai quando decidi di commentare qualcuno, o credi che con l'educazione si possa dire davvero tutto?
No, non si può dire tutto ciò che si pensa, perché così ci si può attribuire lo stemma di “persona sincera dell’anno”. Io su questo punto c’ho dovuto lavorare una vita e tuttora ci sto lavorando. Bisogna filtrare i nostri pensieri perché, dal nostro punto di vista, potrebbero essere ritenuti innocui, ma non per altre persone.
Poi a volte scappa una parola di troppo. Possiamo tornare sui nostri passi, chiedere scusa ed evitare di ricommettere lo stesso errore all’infinito. Altrimenti “scusa” diventa come uno smacchiatore: prima attacchi e poi pulisci l’alone.

9) Dato che hai un grande seguito, senti la responsabilità di "educare" chi ti legge a un pensiero più critico?
Assolutamente no. Sono un educatore per titoli universitari, ma non ho una funzione pedagogica sui social. Certo, se attraverso l’esempio accade che qualcuno si comporti in modo civile sono felicissimo, ma voglio sottolinearlo: come qualsiasi altra persona sono sui social per fare contenuti, creare engagement e magari trasformare questa attività in una fonte di guadagno.
All’inizio, come ho detto, era un esercizio e poi, col tempo, ho capito che poteva trasformarsi in un lavoro. Cerco di farlo nel modo più etico e trasparente possibile, tuttavia le insidie sono dietro l’angolo.

10) Scrittura creativa
Io scrivo storie partendo dalla realtà. 
Se dovessi prendere un fatto di cronaca o di intrattenimento e trasformarlo in un racconto, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei la carriera del grande Fabrizio Frizzi, conduttore che mi ha fatto innamorare della TV, che ha reso i miei sabati sera indimenticabili con 'Scommettiamo che…' e con la voce prestata a Woody di Toy Story.
L’annuncio della sua morte mi ha spiazzato e mi ha dato modo di riflettere sul perché provassi tanta tristezza. Facciamo entrare i personaggi TV nella nostra quotidianità, li accogliamo in casa nostra in qualche modo. Pensiamo che siano eterni e che non rispondano alle logiche della natura, e invece…
Tornando alla domanda, dato che si parla di creatività e di fantasia, mi immaginerei un Sanremo condotto da lui. Un traguardo al quale non so se ambiva, ma che io, per meriti, gli avrei fatto tagliare prima della sua scomparsa. Mi manca tanto la sua voce gentile e quel sorriso capace di allentare le tensioni. Ha sorriso fino alla fine.

Immagini prese dal profilo Instagram di Diandaneve 




Commenti

Post popolari in questo blog

L'angolo dell'intervista Gli adolescenti "devono ricominciare a rompere le scatole, una buona volta. Devono fare i giovani".

L'angolo dell'intervista Francesco Di Fiore: "Quando si tratta di musica divento un’altra persona. La mia creatività è dettata dalle mie esperienze personali"

L'angolo dell'intervista Bruno Cirillo: "Insegnare cinema significa insegnare a pensare con le immagini, non solo a produrle"