La pace non è un premio
Oggi la parola PACE è dappertutto: nei titoli dei giornali, nei post sui social, nei discorsi dei potenti. Eppure, più viene pronunciata, più il mondo sembra ignorarla, mentre la violenza non si ferma mai.
Perché scriverla ovunque se poi conta solo chi è più forte? Forse per non prendere decisioni più difficili, o per nascondere che questa parola è diventata fragile, quasi invisibile.
Tra i banchi di una scuola ci sono dei ragazzi stanchi di promesse vuote. Giorgia e Nicolas,i protagonisti di questa nuova storia, sono stati diretti: per loro la pace non è un trofeo da esibire, ma qualcosa che rischia di sparire sotto un colpo di spugna.
La pace non è un premio (dibattito in IV D)
Il professor Roveri aveva scritto la parola PACE a caratteri cubitali, occupando tutta la lavagna. Si voltò verso la classe e posò il gessetto.
"Allora," disse, cercando lo sguardo di qualcuno tra i banchi, "ne parlano tutti i telegiornali. I capi del mondo dicono che è l'unica via. Ma per voi, oggi, cos'è la pace?"
In aula cadde il solito silenzio. Qualcuno giocherellava con la zip dello zaino, altri guardavano fuori. Giorgia stava grattando con l'unghia il bordo di un adesivo sbiadito con una "A" cerchiata, incollato sulla copertina del suo diario.
Alzò la mano lentamente. "Per me? Per me la pace è una parola finta, prof," disse Giorgia senza girarci intorno.
Il professore alzò le sopracciglia, sorpreso. "In che senso, Giorgia? È una cosa bella, serve a stare insieme senza farsi male".
"Sì, nei libri," rispose lei. "Ma fuori? In TV vedi questi politici con la faccia seria che dicono 'Vogliamo la pace', e intanto firmano le carte per mandare altri missili. È come se noi in classe dicessimo di essere tutti amici, ma poi passassimo il tempo a guardare chi ha il voto più alto solo per far sentire gli altri inferiori".
A quel punto intervenne Nicolas, tirando giù il cappuccio della felpa. "Ha ragione lei, prof. Il problema è che non vogliono la pace. Vogliono vincere. La pace per loro è solo il momento in cui si fermano a vedere chi ha fatto più punti".
"Spiegati meglio, Nicolas," disse il professore mettendosi comodo contro la cattedra.
"È una gara a chi ha lo zaino più costoso o l'account dei videogame più figo, prof," continuò Nicolas. "Solo che al posto dei giochi ci sono il gas o i confini. Si comportano come quei ragazzini che devono per forza mostrare l'ultimo modello di scarpe per sentirsi superiori. La guerra scoppia perché qualcuno vuole far vedere che ha di più. E la pace? La pace è solo il tempo che gli serve per ricaricare le armi e ricominciare la sfida".
Una compagna dal primo banco provò a dire la sua: "Ma i trattati serviranno a fermare i morti, no?"
"Certo," rispose di nuovo Giorgia, "ma sono pause col timer. Firmano la pace, ma intanto pensano: 'Ok, ora mi fermo, ma solo finché non trovo il modo di superarti di nuovo'. Non è pace se sotto sotto vuoi ancora essere il più forte di tutti. È solo una pausa".
Il professor Roveri rimase un attimo zitto a guardare i suoi studenti. Poi si passò una mano tra i capelli e sospirò. "Avete ragione. Forse il mondo è diventato una stanza troppo piccola dove tutti vogliono occupare il posto migliore, schiacciando gli altri. Abbiamo confuso la pace con il possesso e la vittoria".
Cancellò lentamente un angolo della parola sulla lavagna, lasciando solo un'ombra di gesso. Poi guardò dritto davanti a sé, come se cercasse lo sguardo di chiunque fosse in ascolto.
"Se la pace dei 'grandi' è solo un gioco a chi ha di più, come possiamo noi iniziare a costruire una pace che sia invece un modo per condividere? E tu, che stai leggendo questa storia, cosa ne pensi?"
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