L'angolo dell'intervista Alex Martini: "La cultura cinese non è fatta di espressioni estroverse, ma si basa sulla capacità di trasmettere messaggi non detti"

Provate a immaginare una realtà dove il cellulare è l'unica chiave per vivere la quotidianità, dai pagamenti al mercato sotto casa fino ai taxi chiamati con un click. Un luogo dove i grattacieli di Shanghai sfidano il cielo e il ritmo della vita non rallenta mai. Questa è la Cina di oggi: un laboratorio a cielo aperto che non aspetta nessuno e che ti sfida a metterti continuamente in gioco.
Alessandro Martini, milanese classe 1996, ha capito che per conoscere questo futuro doveva diventarne parte. Dopo un percorso universitario a Milano che non sentiva suo, ha avuto il coraggio di chiudere i libri e riaprirli a Pechino. Una scommessa che lo ha trasformato da studente incerto a imprenditore e stella della TV cinese. Oggi, come rappresentante dell'Italia nel seguitissimo talk show Informal Talks, Alessandro è diventato 阿雷 (Ālé): una voce che accorcia le distanze tra due culture che hanno ancora tanto da raccontarsi.
In questa intervista ci apre le porte della sua vita a Shanghai. Ci racconta la pressione invisibile che spinge i giovani cinesi a "stare sdraiati", la sfida di difendere l'identità italiana senza cadere negli stereotipi e la bellezza di scoprire sapori che ti restano dentro. Un viaggio autentico nel cuore dell'Oriente, raccontato da chi ha imparato a chiamarlo "casa".

1) Alessandro, se dovessi presentarti usando solo tre oggetti che porti sempre con te tra Milano e Shanghai — uno per le radici, uno per la TV e uno per la sinologia — quali sarebbero e che storia raccontano di te?
A dire il vero è piuttosto difficile pensarci perché, facendo il viaggio Italia - Cina così spesso, porto talmente tanta di quella roba! Forse, la cosa che mi collega di più alle mie radici, è un quadernino che uso per gli appunti di lavoro che mi ha regalato la mia cara nonna; anche se lo uso come carta da scarabocchiare, in realtà ha un ruolo molto importante nel mio lavoro e, allo stesso tempo, essendo un regalo della mia seconda mamma, ha per me un valore immenso. Per la TV ti direi che è ormai parte del mio lavoro, negli spostamenti tra Milano e Shanghai porto sempre attrezzature per registrare video tra luci, videocamere, treppiedi eccetera. Mentre per la sinologia prima mi capitava più spesso di portare libri in cinese in Italia, per la paura di perdere un po’ i progressi fatti in Cina, all’inizio avevo con me sempre delle letture in cinese da fare mentre ero lontano dal quel mondo. Però poi, in realtà, la mia casa di Milano è molto vicina alla Chinatown milanese di Via Paolo Sarpi, quindi in un modo o nell’altro, la sinologia mi circonda comunque a prescindere dalle cose che mi porto dietro!

2) Perché hai scelto proprio la Cina e cosa ti ha spinto a restare così a lungo?
Dai tempi del liceo già decisi di affrontare un percorso riguardante le lingue asiatiche, ma ero abbastanza indeciso su quale lingua affrontare. Poi, sotto consiglio di parenti e amici di famiglia, ho deciso di buttarmi su una delle più difficili, ovvero il cinese. Non avevo grande idea di cosa fosse la Cina, ai tempi se ne parlava molto meno di quanto se ne parli ora, però dopo una breve esperienza di studio a Pechino decisi di lasciare l’università di Milano e di dedicarmi interamente a un corso di laurea in Cina. La ragione per la quale sono rimasto così a lungo, sicuramente è legata alla mia professione, ho avuto la grandissima fortuna di lavorare in televisione e diventare content creator, gestirsi all’estero da libero professionista può essere sicuramente stressante, soprattutto in Cina dove il ritmo lavorativo è molto veloce, ma è anche una gran fortuna quella di essere il capo di sé stesso. D’altronde la Cina è un paese molto “conveniente” che mi ha viziato tanto in questi anni: la comodità dell’uso del cellulare, i taxi a bassissimo prezzo, la velocità degli acquisti online, diciamo che una volta fatta l'abitudine a questo tipo di vita è abbastanza difficile tornare indietro...

3) Per tutti ormai sei 阿雷 (Ālé). Senti di essere una persona diversa quando vieni chiamato con questo nome rispetto a quando sei semplicemente Alessandro a Milano?
No, non sento di essere una persona diversa, anzi questo nome è stato scelto a dire il vero un po’ a caso, perché era la prima soluzione più simile al mio nome italiano. Col passare degli anni, tanti mi consigliarono di cambiarlo in quanto sembrava già straniero a prima vista, un cinese non avrebbe mai questo nome per così dire “ufficiale”, a occhi cinesi sembra più un soprannome. Ma alla fine io non ho mai voluto cambiarlo, per due ragioni: la prima è che fondamentalmente sono straniero, quindi non è necessario che il mio nome sembri quello di un cinese nativo, mentre la seconda è che alla fine non è il mio nome vero perché il mio è Alessandro, 阿雷 molto simile a quello con cui mi chiamano tutti, compresa famiglia e amici, quindi non vedo dove sia il problema!

4) In un talk show importante come "Informal Talks" rappresenti spesso l’Italia. Qual è il pregiudizio più duro nei confronti degli italiani che hai dovuto smontare davanti alle telecamere cinesi?
Sicuramente il gesticolare, già dai provini uno dei registi mi disse: “Ma tu sei italiano puro? Perché non mi sembra che tu muova molto le mani”. Forse questa è anche una differenza tra Nord e Sud Italia, ma fin da piccolo mi ricordo che l’educazione della mia famiglia era quella di evitare una mimica eccessiva, perché potrebbe risultare poco cortese. Certo, tutti in Italia gesticoliamo, ma i registi forse si aspettavano un po’ la visione sterotipata dell’italiano, con un gesticolare esagerato, loro dicono “gli italiani se non muovono le mani non sanno parlare”. Capita anche a me di farlo, certo, ma cerco di evitare eccessi. Alcuni italiani in Cina continuano a replicare questo cliché per ottenere visibilità sui social e altrove, io preferisco essere me stesso. 

5) Quali sono le differenze principali tra il modo di comunicare dei cinesi e il nostro stile mediterraneo? E cosa ti ha stupito di più della loro creatività?
La cultura cinese non è fatta di espressioni estroverse, ma si basa sulla capacità di trasmettere messaggi non detti. Per esempio in Cina non esiste, come in Italia, l’usanza di salutare le persone a una a una anche con baci e abbracci. A volte è normale non salutare, non è visto come maleducato o poco cortese. Anche nei negozi, il cinese medio entra per fare acquisti e non è scontato che saluti entrando e rivolgendosi ai venditori. Una volta comprato qualcosa ringrazia sicuramente, ma non è detto che saluti per dire “arrivederci”, questo è molto diverso dalla nostra cultura. La creatività della cutlura cinese sicuramente sta nelle assonanze, cosa tramandata dall’anitichità. Per esempio ora che è l’anno del cavallo, vediamo dappertutto scritto “马上有福” che letteralmente significa la fortuna è sopra il cavallo, ma la parola 马上 (sopra il cavallo) si traduce come adesso. Da persona che ha studiato per tanti anni la lingua e la cultura cinese trovo che siano aspetti molto interessanti. 

6) Come vivono i teenager cinesi oggi? Cosa ti colpisce di più del loro modo di sognare il futuro o del loro rapporto con la tecnologia?
Il rapporto con la tecnologia in realtà non è una cosa dei giovani in Cina, ma di tutta la popolazione, anche gli anziani di 90 anni non escono senza cellulare in tasca perché non potrebbero fare nulla senza. Devo dire che la gioventù cinese non è molto poriettata verso il futuro, in questi ultimi anni è comparsa una nuova parola del linguaggio moderno del cinese su internet che si chiama 躺平 e 摆烂, che praticamente significano “stare sdraiato come un morto” e “abbandonare tutto alla rovina”, a sentire la traduzione italiana sembra terribile! Ma in realtà sono solo risposte sociali alla grande pressione che i giovani cinesi hanno da parte della famiglia, della scuola e del lavoro. La Cina è un paese con una grandissima popolazione e quindi con moltissima forza lavoro; la competizione è molto alta come la pressione dei giovani. Anche loro sanno divertirsi, la nightlife di Shanghai è frequentata dai giovani cinesi, però per quanto riguarda il futuro non li percepisco molto proiettati. 

7) Qual è l'aspetto della vita quotidiana a Shanghai che ha cambiato di più la tua visione delle cose?
Sicuramente il fatto di avere un ritmo velocissimo mi ha insegnato a sfruttare il più possibile le giornate, sia nel lavoro che nella vita quotidiana. Mattina palestra, poi pranzo a casa, lavoro tutto il pomeriggio, cenetta e a volte lavoro anche dopo cena. Per questo ogni volta che torno in Italia mi trovo un po’ perso nell’organizzazione delle giornate, però è anche un vantaggio perché prendo il mio soggiorno come una mezza vacanza.

8) Parliamo di sapori: qual è il piatto cinese a cui non potresti più rinunciare e quale ingrediente della tua terra cerchi quando sei lì?
Io adoro la cucina italiana, mangio spesso italiano a Shanghai che è sicuramente la città con i migliori ristoranti del Bel Paese di tutta la Cina. Quindi devo dire che, per quanto riguarda la cucina italiana, non mi manca quasi niente, forse più non avere la possibilità di andare in un supermercato italiano e poter comprare tutti quei prodotti buonissimi, che per chi vive in Italia non è altro che la normalità. Per noi avere sotto casa un Conad o un Esselunga o una Coop, sarebbe un sogno incredibile, magari anche con gli stessi prezzi che ci sono in Italia! Una cosa che a me piace molto della cucina cinese è il piccante, che non mangiavo mai in Italia prima di trasferirmi in Cina. Penso che tra tutti i piatti piccanti, soprattutto quelli della regione del Yunnan, dove il peperoncino è mischiato a lime, coriandolo e citronella, forse è uno di quei sapori più lontani dalla nostra cucina che ogni volta che torno in Italia è il primo che inizia a mancarmi. 

9) Qual è la parola cinese più difficile da spiegare a noi italiani e quale frase della nostra lingua ripeti più spesso ai tuoi amici o colleghi a Shanghai?
Penso che tutti i miei amici cinesi abbiano imparato una parola in italiano, che ovviamente è il nostro motto per la vita: "allora". Le parole più difficili da spiegare sono quelle dei Chengyu ovvero dei “modi di dire” in cinese che a volte riguardano storie antiche della Cina. Come 画蛇添足 che letteralmente significa disegnare un serpente e aggiungergli un piede ma in realtà significa “strafare”, fare qualcosa di eccessivo e inutile. 

10) Scrittura creativa 
Immagina di dover scrivere un breve messaggio a un ragazzo italiano che sta per trasferirsi in Cina per la prima volta. Cosa gli scriveresti per aiutarlo a non sentirsi perso?
Gli direi di non avere paura, perché vivendo all’estero in un paese straniero è normale sentirsi persi, a volta bisogna un po’ abbandonare le proprie radici per abbracciare una cultura diversa. Questo, secondo me, non significa rinnegare la propria cultura, ma piuttosto cercare di guardarne una diversa, un luogo diverso, con occhi neutri, senza avere nessun tipo di pregiudizio. Come dico sempre, io ho due case: l’Italia è quella che mi ha cresciuto e mi ha dato la possibilità di sceglierne una seconda che è la Cina. 

Biografia: Nato a Milano classe 96, Alessandro vive in Italia fino al periodo dell’universita, dopo un periodo fallimentare di studi alla Statale di Milano decide di trasferirsi a Pechino per inseguire la sua passione per la lingua cinese dove previa rinuncia del percorso precedente, ne inizia uno nuovo presso l’universita di lingua e cultura di Pechino. Nel periodo prossimo alla sua laurea partecipa con successo al provino del talk show di informazione e scambio culturale “Informal Talks” nel quale ricopre il ruolo di rappresentante italiano. Da quel momento comincia la sua carriera nel mondo dello spettacolo cinese, partecipa ad un variato numero di produzioni televisive tra talk show, reality e documentari. Al momento vive in Cina da 10 anni e ha aperto una sua azienda di consulenze e produzioni videofotografiche a Shanghai.

Grazie ad Ale per le bellissime foto (☝🏻qui con la mamma❤️)

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