L'angolo dell'intervista Daniele Daccò: "Se conquisti i ragazzi con una buona storia, la leggeranno. Io? Mi sono sempre visto come il villain"

Se vedi un ostacolo, puoi girarci intorno o attraversarlo: lui ha scelto la seconda opzione.
Daniele Daccò, per tutti "Il Rinoceronte", è uno sceneggiatore e autore che trasforma la fantasia in puro movimento. 
Giornalista e fondatore della rivista "Niente da dire", Daniele è una mente inarrestabile: scrive programmi televisivi, fumetti, romanzi e libri per ragazzi. Ma non fermatevi alle etichette: nella vita, come nei suoi amati giochi di ruolo, è soprattutto un mezz’orco barbaro di livello diciotto.
Dai libri game fantasy alle ambientazioni per GdR, il suo lavoro dimostra che la narrazione non è solo svago, ma una forza capace di abbattere muri. In questa intervista ci racconta come la perseveranza batta il talento e perché, a volte, essere il "cattivo" della storia è l'unico modo per cambiare davvero le cose.

1) Daniele, se dovessi presentarti usando solo tre oggetti che hai sulla tua scrivania in questo momento, quali sceglieresti e cosa racconterebbero di te?
Il mio portamatite sulla scrivania è una vecchia scatola di fagioli ripulita. Marca Bud Spencer. Mi piace incrociare la sua faccia ogni mattina prima di iniziare a scrivere: è come un “vai tranquillo” muto, ma con le mani grosse.
Fin da piccolo ho avuto una fascinazione per i personaggi muscolari, quelli enormi, che usano la forza ma dalla parte giusta, per proteggere. Non a caso, a Dungeons & Dragons la mia classe preferita è sempre stata il barbaro. In qualsiasi racconto, film o fumetto con un gruppo di eroi contro il male, il mio preferito era invariabilmente quello più grosso, o comunque quello che risolveva le cose a spallate.
Forse perché, nella vita vera, sono sempre stato costretto a cavarmela con l’intelligenza invece che con i muscoli, ho trovato in quei personaggi una perfetta valvola di sfogo. E Bud Spencer — i suoi film, le sue scazzottate a salsicce — mi ha sempre dato una strana, solidissima sensazione di sicurezza.
Qui in studio c’è anche una piccola statuetta di Tom Nook, della Nintendo. È un personaggio che detesto profondamente, ma svolge una funzione educativa quotidiana: mi ricorda che il trucco non è il talento, è la perseveranza. Certo, se poi hai anche un po’ di talento non guasta, ma non è quello che ti fa davvero tagliare il traguardo. Detto questo: mamma mia quanto odio Tom Nook.
Infine, c’è un meme incorniciato: i Simpson nella loro primissima versione, con la scritta “Inizia. Preoccupati di essere perfetto più avanti”. Forse all’inizio i Simpson non erano perfetti, ma poi lo sono stati per molti anni. E di sicuro non lo erano quando hanno cominciato.
Ogni tanto, quando mi blocco, li guardo. E ricomincio.

2) Sul web tutti ti conoscono come 'il rinoceronte viola'. Perché hai scelto proprio questo animale per rappresentarti e cosa senti di avere in comune con lui?
Per lo più perché sono grosso e testardo: se vedo un ostacolo, preferisco attraversarlo piuttosto che girarci intorno. E poi, a dire il vero, detesto un po’ gli elefanti. Non come animali — poveretti, nulla contro di loro — ma come simboli. Ci sono peluche ovunque, elefanti famosi a pacchi, mentre i rinoceronti vengono sempre ignorati. Un’ingiustizia evidente, considerando che i rinoceronti sono infinitamente più fighi.
Il viola, invece, perché è il colore dei villain dei fumetti. Agli eroi toccano quasi sempre i colori primari: blu, rosso. Ai cattivi spettano quelli secondari, e il viola è probabilmente il più usato. Non mi sono mai visto come l’eroe della situazione, ma come il villain. Anche perché i villain, di solito, combattono per cambiare le cose; gli eroi, molto più spesso, per mantenere lo status quo.
E poi c’è il lavoro. In TV e a teatro, il viola è considerato un colore che porta sfortuna. Io lo uso lo stesso, un po’ per sfida, un po’ per arroganza: perché il destino, nel mio piccolo, preferisco costruirmelo da solo. Se poi il fato non è d’accordo, pazienza. Ci si prende a spallate anche con lui.


3) Sei passato da 'Orgoglio Nerd' a un progetto nato dall'unione di tante voci diverse come 'Niente da dire'. Cosa ti ha insegnato l’esperienza di far crescere un gruppo così?
Il distacco con Orgoglio Nerd è stato parecchio traumatico, soprattutto per loro. Ma se c’è una cosa che mi ha lasciato, è una frase che ho sentito ripetere spesso anche da Zerocalcare: le cose brutte che ci succedono non devono farci diventare persone peggiori, altrimenti è il fato avverso a vincere.
Mentre gestivo io Orgoglio Nerd, non me ne sono mai vergognato, nemmeno per un istante. Anzi. Quegli anni di costruzione, di tentativi, di errori e di testardaggine pura mi hanno insegnato moltissimo. Non solo su come si manda avanti un progetto, ma soprattutto su come si fa questo mestiere, il mio: il giornalista. E certe lezioni, quando le impari sul campo, non te le togli più di dosso.

4) Restando proprio su questo nuovo progetto: perché chiamare una testata editoriale proprio 'Niente da dire'? È una provocazione verso chi parla troppo o c'è un significato più profondo?
Sì, in realtà è una provocazione, ma allo stesso tempo un memorandum. Tempo fa qualcuno mi disse che con i sogni non si mangia e che non avremmo mai avuto niente da dire. Io quello scherno l’ho preso, l’ho rigirato tra le mani e l’ho trasformato in un’opportunità.
Ho messo insieme tante persone che, “non avevano niente da dire” e, guarda un po’, in questi anni abbiamo trovato spazi televisivi e radiofonici, siamo finiti in edicola, abbiamo pubblicato diversi libri e, come se non bastasse, collaboriamo anche con Lucca Comics & Games.
Per questo è una provocazione, sì. Ma è anche un promemoria quotidiano: a volte, il modo migliore per rispondere è fare.

5) Come scegli le storie di cui parlare?
Beh, io e il mio team scegliamo le storie di cui parlare semplicemente in base a quello che ci va di parlare. Per anni sono stato costretto a inseguire le ultime news, i trailer, l'attualità e con 'Niente da Dire', la cosa che volevo assolutamente evitare di fare è questa, esacerbare questa corsa. Per questo, sì, 'Niente da Dire', è un magazine di opinione, ma opinione libera, non dovuta in base ai trend.

6) Lavori spesso con linguaggi che si rivolgono ai giovanissimi. Che idea ti sei fatto del rapporto che gli adolescenti di oggi hanno con la lettura e la scrittura? Hanno davvero meno attenzione o serve solo un modo diverso per coinvolgerli?
Mi fai sentire vecchio, perché anche ai miei tempi c’erano ragazzi più portati per la letteratura o per i fumetti, mentre la stragrande maggioranza — direi oltre il novanta per cento — faceva sport. A molti di loro non è mai stato spiegato che anche leggere è una forma di allenamento. Non era colpa loro, però: era colpa dei genitori.
E così, crescendo, quei ragazzi hanno avuto figli e hanno trasmesso esattamente la stessa idea che avevano ricevuto. Un loop infinito, piuttosto efficiente. Secondo la mia esperienza, la percentuale è rimasta più o meno invariata nel tempo: i genitori che leggevano hanno figli che leggono. Non è una formula matematica, né una legge universale, ma è quello che ho potuto osservare insegnando nelle scuole e presentando i miei libri per ragazzi.
Quello che però ho notato davvero — ed è la cosa che mi interessa di più — è che, a prescindere dal fatto che un ragazzo legga oppure no, se riesci a conquistarlo con una buona storia, quella storia verrà letta. Sempre. Alla fine, come quasi sempre, conta l’idea. E se l’idea funziona, il resto segue.

7) Sempre più spesso si parla di portare il gioco di ruolo e il fumetto nelle scuole come veri strumenti didattici. Pensi che possano essere utile per riaccendere l'entusiasmo degli studenti o credi che la scuola faccia ancora fatica a capire il loro potenziale?
È quello che faccio da anni, in realtà. Quando proponi a una scuola di usare il GDR come metodo di insegnamento, di solito vedi subito un sopracciglio che parte per conto suo. Però, grazie anche al ricambio generazionale, oggi è decisamente più facile di un tempo.
Quando tengo piccoli corsi di cortometraggi o di cinema, lo uso sempre per far capire quanto lavoro ci sia davvero dietro un set. E quasi sempre funziona: si immedesimano, hanno le loro schede, tirano i dadi. Non interpretano orchi o elfi — parentesi: cosa di cui non c’è assolutamente nulla da vergognarsi, io l’ho fatto per anni, fine parentesi — ma produttori, sceneggiatori e registi. Così le dinamiche diventano immediatamente chiare, molto più di mille spiegazioni teoriche.
È un modo diretto, pratico, che rende visibile il lavoro invisibile. Ed è proprio per questo che è una cosa che mi piacerebbe vedere molto di più in Italia. Perché quando capisci giocando, spesso capisci meglio.

8) Nel tuo modo di raccontare non mancano mai l'ironia e un pizzico di provocazione. Quanto è importante, secondo te, saper ridere delle proprie passioni per riuscire a parlarne seriamente?
Io mi sento particolarmente affine a Ghostbusters, sia per la messa in scena che per l’idea stessa di scrittura. Quel film mi ha insegnato una cosa che cerco di mettere in pratica ogni giorno: la possibilità di ridere e trovare ironia in ogni aspetto della vita, anche in quelli più tragici.
Non si tratta di deridere qualcuno o di sminuire ciò che è appena successo, ma di usare l’ironia come un’arma gentile per stare meglio. È qualcosa che faccio da sempre. E con gli amici con cui so di potermelo permettere, riesco persino a strappare una risata nei momenti più difficili.
Se ci pensi, spesso è l’unica arma che abbiamo davvero. E non vedo perché non usarla, finché non diventa mancanza di rispetto.

9) Se dovessi scegliere un'opera (che sia un libro, un film o un fumetto) per le generazioni future, quale salveresti e perché?
Così, di colpo: “Il Signore degli Anelli”. Ma ce ne sono parecchi, in realtà. 'Maus', per esempio, di Art Spiegelman oppure — restando nel mondo dei fumetti — 'The Life and Times of Scrooge McDuck' di Don Rosa.
Ultimamente, però, sento il bisogno di citare 'Niente', un libro danese di Janne Teller, scritto nel 2000. È un libro molto caustico, duro, eppure affronta, attraverso gli occhi dei bambini, domande fondamentali: cosa può avere significato nella vita, cosa conta davvero, cosa siamo disposti a lasciare andare o a costruire. In un certo senso, è un Signore delle mosche, ma centrato su ciò per cui vale davvero la pena vivere. Consigliatissimo: si legge in pochissimo tempo.
E prima che si chiuda la porta, ci metterei anche Il vecchio e il mare di Hemingway, forse per motivi simili: il senso di lotta, di resistenza, di piccole vittorie che contano più di tutto il resto.

10) Scrittura creativa 
Unisci tre parole — schermo, zaino e coraggio — in un micro-racconto di massimo tre righe.
Tra le domande sullo schermo di quello stupido test, una sola mi mise in difficoltà: cosa c’è nel tuo zaino? Risposi “coraggio”, credendo di fare lo splendido davanti a una domanda così metaforica. Gli altri invece scrissero un elenco serio, e venni preso in giro per tutto il semestre.



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