L'angolo dell'intervista Luca Vittozzi: "La vera sfida è trovare un linguaggio che renda i ragazzi protagonisti, non spettatori"

​Come si fa a parlare ai ragazzi di oggi senza rinunciare alla profondità delle parole? Luca Vittozzi, docente, scrittore e cantautore, sembra aver trovato la sua risposta nel superamento dei confini. In un momento in cui tutti provano a incasellarsi in un unico ruolo, lui sceglie di abitare lo spazio che unisce il silenzio di un'aula scolastica all'energia di un palco.
​Di questo e molto altro ho parlato con Luca. Classe 1994, è una firma dietro grandi successi musicali e televisivi (sua la firma sulla sigla di Viva Rai2! 2023) e collabora con importanti testate nazionali. Il suo lavoro indaga il rapporto tra parola, giovani generazioni e trasformazioni del presente. In questo periodo è impegnato con L'essenziale, la tribute band dedicata a Marco Mengoni: dopo l'ultima data del tour acustico che si terrà il 28 febbraio a Pomezia, ripartirà con il nuovo tour live il 5 marzo da Roma.
​In questo nuovo incontro su Flusso di Coscienza, ho esplorato insieme a lui come la poesia sappia ancora accorciare le distanze, cosa significhi fare giornalismo oggi e la necessità di restare, felicemente, inquieti.

1) Luca, benvenuto nel mio blog.
Se dovessi scegliere una poesia, una materia scolastica, una canzone e una trasmissione TV, quali sarebbero per presentarti a chi ancora non ti conosce?
Una poesia: “I limoni” di Montale, perché parla di scarti, di crepe, di bellezza che non è patinata.
Una materia: italiano, ma inteso come luogo di domande, non di risposte giuste.
Una canzone: “La sera dei Miracoli” di Lucio Dalla. Parole che sembrano semplici ma che nascondono sfumature importanti dell'assenza e della mancanza.
Una trasmissione TV: “Blob”, perché mescola alto e basso, ironia e realtà, proprio come cerco di fare io quando parlo di scuola e cultura.

2) Spesso si accusa la tecnologia di rubare l'attenzione dei ragazzi. Tu che vivi la scuola ogni giorno, credi che la sfida più grande sia competere con gli schermi o trovare un nuovo linguaggio che li faccia sentire protagonisti?
Non si vince competendo con gli schermi: perderemmo sempre. La vera sfida è trovare un linguaggio che renda i ragazzi protagonisti, non spettatori. Quando uno studente si sente visto, coinvolto, chiamato in causa, il telefono diventa meno interessante. Non perché sia “cattivo”, ma perché improvvisamente la realtà è più viva dello schermo.

3) In un mondo dominato da immagini e video brevi, che spazio hanno ancora la lettura e la scrittura nella vita degli adolescenti? Credi siano ancora pilastri della loro crescita o rischiano di diventare passatempi per pochi?
Non credo che lettura e scrittura siano morte: si sono spostate, frammentate, trasformate. Il problema non è che i ragazzi non leggono, è come leggono: tutto è veloce, tutto
è consumabile. Il lavoro della scuola e di chi fa cultura è riaprire spazi di lentezza, far scoprire che alcune cose hanno bisogno di tempo per farsi capire. Non saranno pratiche di massa come un tempo, ma resteranno pilastri per chi vuole crescere davvero, non solo scorrere contenuti.


4) Molti ragazzi vedono la poesia classica come qualcosa di polveroso e lontano. Qual è il trucco per far capire a un adolescente che un verso scritto secoli fa può colpire e parlare di lui quanto il testo di una canzone che ascolta oggi nelle cuffie?
Il trucco è non trattarla come una reliquia. Un verso di Dante o Leopardi va messo accanto a una canzone che ascoltano oggi, non sopra. Quando un ragazzo capisce che quel poeta parlava di solitudine, di rabbia, di sentirsi fuori posto – cioè esattamente di quello che prova lui – allora scatta qualcosa. La poesia smette di essere “di un altro tempo” e diventa “di una stessa ferita”.

5) Sui social convivono nativi digitali e adulti. Secondo te, chi usa meglio questi strumenti e dove nascono le principali incomprensioni tra generazioni così diverse?
I ragazzi li usano in modo più intuitivo, gli adulti in modo più strategico. Le incomprensioni nascono perché gli adulti tendono a giudicare i social solo come pericolo, mentre per i giovani sono un pezzo di vita reale, non un mondo a parte. Finché non riconosciamo che lì dentro succedono cose vere (amicizie, umiliazioni, affetti, identità), continueremo a parlare due lingue diverse.

6) La parola è il tuo strumento principale. C'è un termine che oggi senti troppo usato o, al contrario, uno che vorresti tornasse di moda tra i giovani?
Una parola abusata: “motivazione”. Spesso viene usata come se fosse una pillola magica, quando in realtà la motivazione nasce da relazioni, contesti, senso.
Una parola che vorrei tornasse di moda: “responsabilità”.

7) Scrivi per testate nazionali di rilievo. In un’epoca in cui la velocità dei social e l’intelligenza artificiale hanno un peso importante, cosa è diventato oggi il giornalismo e come può continuare a essere utile ai lettori?
Il giornalismo oggi è schiacciato tra velocità e superficialità. Il rischio è diventare solo un'eco dei social. Il suo valore, se vuole restare utile, è tornare a fare quello che i social non fanno: verificare, approfondire, dare contesto. Non solo dire cosa è successo, ma perché è successo e cosa significa.

8) Scrivi testi per canzoni, TV e libri. Qual è la sfida più grande nel passare da parole scritte per essere ascoltate a parole scritte solo per essere lette?
Quando scrivi per essere ascoltato, devi pensare al ritmo, al respiro, al suono delle parole. La frase deve stare in bocca. Quando scrivi per essere letto, puoi permetterti più silenzi, più densità, più stratificazione. La sfida è non tradire te stesso passando da un linguaggio all’altro: cambiare forma, ma non voce.

9) Ti muovi tra linguaggi molto differenti. Quale contributo reale si può dare oggi alla cultura perché resti nel tempo e non sia solo intrattenimento?
Credo che il contributo reale sia creare opere che non trattino il pubblico come un consumatore, ma come una persona intelligente, capace di viaggiare sulle tue stesse frequenze o in totale disconnessione. Non semplificare tutto per piacere a tutti, ma prendersi il rischio di dire qualcosa che resti scomodo, che faccia domande, che lasci una traccia anche quando lo spettacolo è finito.

10) Scrittura creativa
Se la tua vita fosse un esercizio di scrittura e dovessi scegliere un solo aggettivo per descrivere il capitolo che stai scrivendo proprio ora, quale sceglieresti?
Direi: “inquieto”.
Non in senso negativo, ma nel senso di una fase in cui non mi accontento di ripetere quello che so fare. È un capitolo in cui sto cercando di spostare un po’ più in là i miei confini, anche se fa paura.


Immagini prese dal profilo Instagram di Luca Vittozzi 

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