La meravigliosa stanchezza
L’intervista di mercoledì (25 marzo) con Giovanni Abbaticchio e le nostre riflessioni sulla genitorialità sono state molto più di una semplice chiacchierata professionale. Mi hanno lasciato quel non so che di vago, di sospeso, dettati dalla domanda più difficile e importante: come viviamo il tempo con chi amiamo? Non c'è un manuale sull'essere genitori, si impara a diventarlo stando con i propri figli, crescendo con loro e anche sbagliando.
La storia di oggi mi è stata ispirata proprio da questi spunti... è il ritratto di una famiglia dei nostri giorni, sospesa tra il ritmo serrato e il desiderio profondo di fermarsi, di avere spazio per sé stessi.
Ho voluto immaginare quel momento preciso in cui un padre decide di uscire dall'ingranaggio del "devo fare" per riscoprire la bellezza dell'essere, lasciandosi guidare dai suoi figli e dalle pagine di un vecchio libro.
Spero che in queste righe possiate ritrovare un pezzetto della vostra "meravigliosa stanchezza".
La meravigliosa stanchezza di restare umani
La scrivania è sommersa di fogli, ma stasera la luce del computer mi sembra spenta anche se è accesa.
Ho passato anni a rincorrere obiettivi, a non fermarmi mai, convinto che ogni ora sottratta alla casa fosse un mattone per il loro futuro. Mentre costruivo quel domani, quel presente mi veniva sottratto, scivolando tra le dita. I miei figli sono cresciuti negli intervalli tra una chiamata e l'altra. "Come va?" "Bene, grazie".
Ero lì, ma la mia testa era altrove, incastrata in un labirinto che non finisce mai.
Oggi mi fermo. Decido di rallentare.
Voglio arrendermi alla "meravigliosa stanchezza" di essere padre. Voglio sedermi sul tappeto e non guardare l'orologio. Voglio smettere di essere l'adulto che dà risposte e iniziare a essere quello che impara insieme a loro.
Proprio stasera, mentre provavo a chiudere un ultimo file, si sono avvicinati con un libro stropicciato in mano: un'edizione vecchia de Il Piccolo Principe, quella con le pagine ingiallite che leggevo anche io.
"Papà, ma perché dobbiamo ancora faticare sui libri? A che serve scrivere bene o studiare se poi tutto quello che ci serve è in un clic?", mi ha chiesto il più grande, indicando la copertina con il bambino dai capelli d'oro.
Ho staccato le mani dalla tastiera. L’ho guardato negli occhi.
"Vedi, studiare non significa prendere un bel voto per farmi contento. Serve a non farvi mettere in gabbia. Questo libro dice che gli adulti amano le cifre e non ti chiedono mai l'essenziale. Se non studiate, finirete per essere come quel lampionaio che accende e spegne senza capire perché, o come il geografo che aspetta che siano gli altri a dirgli com'è fatto il mondo".
"Ma noi siamo liberi, papà, non siamo su un asteroide da soli".
"Siete liberi solo se avete e usate le vostre parole. Se non leggete, userete le parole di qualcun altro per spiegare quello che sentite. E chi sceglie le parole per voi, sceglierà anche i vostri sogni, le vostre idee ancora non nate. È come 'addomesticare' la propria mente: ci vuole tempo e pazienza. Solo così diventerete responsabili della vostra rosa, cioè della vostra vita, e non sarete uguali a centomila altre rose tutte uguali".
"Quindi leggere è come... un'arma? È la nostra difesa?", ha sussurrato la piccola, accarezzando il disegno della volpe.
"La più potente che avrete mai. Vi rende difficili da convincere, vi insegna che l'essenziale è invisibile agli occhi di chi corre troppo, ma chiarissimo per chi sa fermarsi a leggere tra le righe".
Siamo rimasti lì, nel silenzio di una stanza che adesso aveva un odore diverso, di vita. Ho capito che, finalmente, stavamo imparando insieme che restare umani è l'unica vera conquista.
Mi piacerebbe che questo racconto entrasse nelle vostre case. Spesso siamo così presi dal "dover fare" che ci dimentichiamo di osservare chi sta crescendo accanto a noi.
L'esercizio del fermo immagine
Stasera, o domani mattina, provate a fare questo piccolo esercizio di consapevolezza e scrittura👇🏻
Osservate i vostri figli in un momento di assoluta quotidianità: mentre studiano, mentre giocano o semplicemente mentre dormono.
Cercate un dettaglio che non avevate notato prima (il modo in cui stringono la penna, un'espressione nuova del viso, quanto sono diventate grandi le loro mani).
Scrivete un brevissimo pensiero (massimo 5 righe) che inizi così:
"Oggi mi sono fermato a guardarti e ho capito che..."
Se avete perso l'intervista di ieri con Giovanni Abbaticchio il link è
Commenti
Posta un commento