Il pregio del dialetto
Ripensando all'intervista con Lorenzo Isola pubblicata ieri e alla sua battaglia per l'accento ligure, ho capito una cosa fondamentale: il nostro parlare è unico perché fa la differenza, siamo veri.
Mi torna in mente un progetto della mia professoressa di francese delle superiori, Rita Frattolillo. Con un gruppo di alunne, me compresa, registrò una frase con il dialetto di ognuna...il suo lavoro è stato pubblicato nel libro "L'anima in bocca", dove anche la scrittrice Barbara Bertolini ha dato il suo contributo. Ricordo poi l'audiocassetta allegata: un nastro magnetico che raccoglieva le voci e l'identità profonda della mia terra, il Molise. In quella cassetta c'era anche la mia voce.
Oggi so che il dialetto non è un limite da correggere, è il nostro modo di stare al mondo, la nostra unicità. Basta davvero poco perché diventi il DNA di ognuno.
Ecco una storia che vi racconto per farvi capire cosa intendo👇🏻
Il pregio del dialetto
Eravamo tutti lì, nell'area di servizio alle tre del pomeriggio. Fissavo la macchinetta, cercando di capire se quel liquido scuro avesse il coraggio di chiamarsi espresso. Intorno, il solito silenzio: sguardi bassi, telefoni accesi e quella parlata piatta che usiamo per non dare nell'occhio.
Poi, il disastro. La macchinetta ingoia la moneta, fa un rumore strano e non scende nulla.
"Maremma, ma guarda te se devo litigare pure con un distributore! Un caffè era chiedere troppo?" mi è scappato. Quel toscano, col suo ritmo e la schiettezza, è uscito da solo, rompendo una maschera di apparente indifferenza.
Un ragazzo accanto a me, vestito come se uscisse da una sfilata, ha alzato lo sguardo e ha sorriso: "Te l’ha rubata, eh? Uè, facevi prima a tornare a casa a piedi che ad aspettare il ristoro da 'sta scatola!"
In un attimo, la barriera è crollata. È bastato che mostrassi le mie radici perché gli altri tirassero fuori le loro.
"Ahò, ma che v’aspettate? Quella magna e tace, mica è come er barista mio a Testaccio!" ha detto un camionista addentando un panino enorme. Una signora poco distante è scoppiata a ridere: "Guagliò, mo v’o dico io: a Napule 'o cafè è sacro, chisto cca è solo acqua sporca e pure maleducata!"
Siamo rimasti lì dieci minuti a parlare. Ognuno con la sua cadenza, con le sue parole "sbagliate" per i libri di scuola, ma perfette per noi. Io, Giulia, col mio toscano, il ragazzo con la "e" aperta milanese, il camionista con le doppie romane e la signora napoletana. Sembrava una di quelle barzellette... Ma noi non eravamo più delle persone anonime, perché il nostro dialetto ci ha restituito l'identità che la fretta ci aveva tolto.
Sono convinta che se parlassimo tutti nello stesso modo, finiremmo per avere la stessa identità e lo stesso pensiero.
E voi? Qual è quella parola o quel modo di dire che vi fa sentire subito "a casa"? Scrivetemelo qui sotto, rigorosamente nel vostro dialetto!
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