L'angolo dell'intervista Emilio Insolera: "Credo servano più narrazioni affinché il pubblico possa vederci da un altro punto di vista"
Provate a fermarvi un istante. Chiudete gli occhi, isolatevi dal rumore e cercate di rispondere: cosa riuscite ad ascoltare, davvero, nel silenzio?
Oggi ho l'onore e il piacere di ospitare nel blog un artista che sta riscrivendo le regole della narrazione cinematografica globale: Emilio Insolera. Mentre il suo ultimo film su Netflix, "Non abbiam bisogno di parole", scala le classifiche mondiali accanto alla voce di Sarah Toscano, Emilio ci invita a scoprire che il silenzio non è un vuoto, ma uno spazio pieno di colori, forme e "illuminazioni".
In questa intervista esclusiva, esploriamo un processo creativo dove la lingua dei segni (LIS) diventa una cultura visiva autonoma e potente, in grado di trasformare il limite in pura innovazione estetica. Emilio ci porta dietro le quinte della sua vita e della sua arte: ci racconta il legame profondo con la moglie Carola Insolera, compagna di scena e di vita. Ci parla della sfida di restare in ascolto in un mondo troppo rumoroso.
Dagli esordi indipendenti fino ai nuovi, imponenti set internazionali — come quello di Ridley Scott — Emilio si racconta nelle vesti di un architetto di emozioni che non ha bisogno di suoni per farsi sentire, ma solo della luce della propria anima.
Nota dell'autrice
Ringrazio di cuore Emilio per essersi reso immediatamente disponibile a questo dialogo. Mi ha confidato di aver apprezzato molto le domande che gli ho posto, e questo scambio è diventato per me — e spero per voi — un dono prezioso. Inoltre, lo ringrazio per aver scelto di condividere con Flusso di Coscienza delle riflessioni così profonde: in un’epoca di rumore incessante, tutti abbiamo bisogno di parole di incoraggiamento per porci in una condizione diversa, quella di un ascolto vero, consapevole e profondo.
Ti va di presentarti ai lettori del mio blog raccontando chi è Emilio Insolera oggi e come si è evoluta nel tempo la tua espressività comunicativa?
La mia comunicazione a livello espressivo è una specie di pendolo, che oscilla tra un’espressione media e una più limitata. È una dinamica che dipende da diversi fattori: il contesto in cui mi trovo, la familiarità dei registi con la lingua dei segni e la natura della narrazione cinematografica. L’espressione massimale, come sfida personale sullo schermo, non mi è ancora arrivata :)
2) Nel film "Non abbiam bisogno di parole" reciti accanto a tua moglie Carola. Quanto ha aiutato il vostro legame reale a portare sullo schermo la verità di una famiglia che deve comunicare oltre il suono?
È stato un lavoro fluido, naturale e molto veloce. Incredibilmente autentico. Abbiamo un talento incredibile e sentiamo il desiderio di approfondirlo ulteriormente.
3) Com'è stato lavorare con Sarah Toscano al suo debutto? C'è stato un momento sul set in cui la musica e il segno si sono incontrati in modo inaspettato?
Lavorare con Sarah Toscano è stato bello. Nei primi giorni ho condiviso alcuni suggerimenti, ma ho preferito lasciare alla consulente di lingua dei segni il compito di guidare il processo, per mantenere chiarezza e coerenza. Per Sarah si trattava di un territorio in parte nuovo: confrontarsi con una comunicazione puramente visiva. La musica e il segno si sono incontrati in modo inaspettato, specialmente durante gli ultimi giorni di ripresa, in particolare fuori dal set. Sarah sembrava attraversare una fase di transizione in cui cominciava a divertirsi giocando con la lingua visiva.
4) Spesso il cinema ha raccontato la disabilità con pietismo. Tu e Carola state rivoluzionando questa narrazione: senti che il pubblico, e in particolare quello italiano, sia pronto a vedere la sordità semplicemente come una cultura diversa e non come un limite?
La narrazione va in una certa direzione, per cui non possiamo del tutto dissociarci da questi personaggi un po’ goffi. Nonostante ciò, abbiamo mescolato il comico con l’autentico. Siamo ancora in superficie in termini di rappresentazione: è come offrire al pubblico un primo assaggio. Credo servano più narrazioni affinché il pubblico possa vederci da un altro punto di vista, l’altra faccia della moneta: una cultura visuale opposta a quella sonora. Una cultura visiva autonoma, distinta ma non subordinata.
5) Cosa significa per te, nel profondo, "porsi all'ascolto" degli altri e riuscire a dare voce a se stessi in un mondo così rumoroso?
Ascoltare, per me, è una forma di attenzione consapevole che coinvolge mente e sensibilità. In questo contesto, la musica, pur non appartenendo alla mia esperienza diretta, rappresenta un ponte capace di trasmettere emozioni e aprire a nuovi immaginari culturali.
6) Come si vincono le proprie paure, specialmente quelle che rischiano di farci rimanere ai margini o invisibili agli occhi degli altri?
Riconoscersi. Amare se stessi e valorizzare i propri punti di forza.
7) Qual è il traguardo professionale, o umano, di cui vai più fiero fino ad oggi?
Ogni traguardo ha una sua importanza. Quello attuale, la mia collaborazione con Netflix e OurFilms e Mediawan segna per me una tappa fondamentale nel mio percorso attoriale e ringrazio loro per la fiducia che mi è stata accordata.
8) Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo ruolo nel film di Ridley Scott, The Dog Stars? Com'è stato passare da un set italiano a una produzione internazionale così imponente?
Nel corso della mia carriera ho collaborato con varie produzioni internazionali, tra cui Universal Pictures, Disney, Paramount Pictures e 20th Century Fox. È un contesto in cui mi sento perfettamente a mio agio, quasi come fossi a casa. Con Ridley Scott è stato certamente un grandissimo onore. È uno dei miei registi preferiti, mi ha ispirato a realizzare il mio primo film Sign Gene a Osaka; lui aveva girato Black Rain con Michael Douglas e Andy Garcia.
9) Qual è il pensiero o l'emozione che più spesso attraversa il tuo "flusso di coscienza" quando sei sul set?
Ho uno spirito incline all’improvvisazione e alla ricerca di unicità che va oltre il testo scritto. Tuttavia, questo slancio deve confrontarsi con la visione del regista, entro cui mi muovo, a meno che non mi venga lasciato uno spazio più libero di espressione.
10) Scrittura Creativa
Immagina di dover descrivere il "silenzio" a qualcuno che non lo ha mai provato, ma senza usare la parola "assenza". Quali colori, forme o sensazioni useresti?
Lo descriverei come una forma di illuminazione silenziosa. Quando ho gli occhi aperti, tutto ciò che mi circonda, in particolare ciò che è visivo, si intensifica: vedo dettagli che sembrano illuminarti il cervello, come se avessi preso una pillola magica. Ma quando chiudo gli occhi, c’è un silenzio assoluto: una condizione che molti praticanti di yoga cercano di raggiungere, ma faticano a causa delle interferenze sonore, per cui usano la musica, che però resta comunque un’interferenza. Io invece, appena chiudo gli occhi, percepisco la luce della mia anima.
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