L'angolo dell'intervista Gabriele Pignotta: "Raccontare una storia significa raccontarla esattamente così"

Regista, attore, sceneggiatore e commediografo. Oggi ho il piacere di ospitare nel mio blog Gabriele Pignotta, uno dei talenti più versatili e di successo dello spettacolo italiano. Laureato in Sociologia della formazione, ha fatto della commedia contemporanea la sua cifra stilistica, fondendo una comicità travolgente a un profondo sguardo sociale.

Diamo un'occhiata alla sua straordinaria carriera.
Teatro da record: oltre 700.000 spettatori a stagione e il primato assoluto di biglietti venduti in un solo giorno al prestigioso Teatro Sistina (1.800 biglietti).
Il sodalizio con Vanessa Incontrada: un legame artistico e umano ultra-decennale che ha regalato al pubblico grandi successi sia al cinema, con il film Ti sposo ma non troppo (campione di ascolti su Rai 1), sia sul palcoscenico.
Cinema e grandi collaborazioni: regista del pluripremiato Ötzi e il mistero del tempo e di Toilet (acclamato da GQ). Ha inoltre firmato a quattro mani con Carlo Verdone la sceneggiatura del film Sotto una buona stella.
Impegno sociale: da sempre in prima linea contro la violenza sulle donne, ha scritto e diretto le principali campagne nazionali di sensibilizzazione per la RAI.
I premi: riconosciuto unanimemente dalla critica, vanta prestigiosi premi tra cui il Premio Vittorio Gassman, il Premio Charlot, il Biglietto d’Oro e il Premio Persefone (ricevuto proprio insieme a Vanessa Incontrada).

Ecco la nostra intervista tra retroscena, ironia e riflessioni sulla contemporaneità.

1) Benvenuto nel mio blog, Gabriele, è per me un vero piacere averti in questo angolo.
Se dovessi presentarti al pubblico attraverso il "trailer" di una tua opera (teatrale o cinematografica), quali sarebbero le prime tre inquadrature e quale messaggio vorresti che lasciassero allo spettatore?
Le prime tre inquadrature sarebbero tre estratti presi da una qualsiasi delle mie commedie. Mostrerei tre spaccati della vita contemporanea in tutte le sue sfumature, contesti in cui lo spettatore possa riconoscersi immediatamente. Vorrei che il pubblico ridesse di sé stesso, perché ogni frammento conterrebbe sicuramente un elemento situazionale autoironico. È il medesimo meccanismo che cerco di innescare ogni sera a teatro: spingere chi guarda a riconoscere una situazione, un tema, un'emozione o una relazione, facendo scaturire contemporaneamente una risata che sia di riconoscimento, ma anche di liberazione.

2) Nelle tue commedie il ritmo è fondamentale. Come adatti la scrittura per far ridere un pubblico abituato alla velocità dei social?
Uso un linguaggio libero, frutto di un aggiornamento continuo sui ritmi e sulla velocità con cui oggi consumiamo i contenuti. Cerco di mantenere il teatro al passo con gli altri supporti e media. Credo che questo sia il vero lavoro da fare, senza imbarazzi e senza alcuna sudditanza stilistica nei confronti del codice sacro di un certo tipo di teatro. Da quel rigore mi distacco volentieri perché mi considero un innovatore: non faccio altro che portare in scena una velocità narrativa che aggancia lo spettatore sin dai primi minuti e lo fa sentire a proprio agio.

3) Firmi regia, testi e interpretazione: per un giovane che vuole emergere oggi, pensi che sperimentare in più ruoli sia un'opportunità di crescita o il rischio è quello di disperdere le energie? 
La scelta di scrivere, dirigere e interpretare non è una decisione razionale: deve partire da un'urgenza interiore e, soprattutto, da una capacità e, quindi, da un talento. Per me raccontare una storia significa raccontarla esattamente così; non percepisco separazioni tra queste tre fasi creative ed espressive, per me si tratta di un unico flusso. Tale attitudine, però, non è facile da riconoscere. Per questo non mi sento di dare nessun consiglio a un giovane: se dentro di lui c'è davvero questa urgenza, sarà in grado di riconoscerla da solo.

4) La tua collaborazione con Vanessa Incontrada è consolidata. Cosa rende la vostra intesa così efficace e naturale per il pubblico?
Ciò che rende la nostra collaborazione artistica ormai decennale così efficace è il  rapporto umano che abbiamo costruito. Tutto nasce dal nostro modo di approcciare la vita, basato su valori come semplicità, onestà, spontaneità, garbo, rispetto e gentilezza. Sono gli stessi principi su cui ho fondato la mia compagnia teatrale. Vanessa ha trovato in questo ambiente, fin dal nostro primo progetto insieme — il film Ti sposo ma non troppo — un equilibrio perfetto tra lavoro e benessere personale che non ha più voluto abbandonare. Negli anni il legame si è esteso alla sfera familiare: è stata proprio lei a presentarmi la mia attuale compagna, madre di mia figlia, che è una delle sue migliori amiche. Così si è cementato il legame personale e familiare che unitamente a questa condivisione, proprio di approccio alla vita e al lavoro è diventato un territorio dove Vanessa ogni anno desidera esserci, perché è una qualità del lavoro e della vita che in altri ambiti, purtroppo così frenetici così legati al business o agli ascolti come la televisione non è facile provare. 
5) Girare un film come "Toilet" in un unico ambiente ristretto è un limite o un’opportunità? Cosa hai scoperto sulla gestione della recitazione in quello spazio?
Con Toilet ho sublimato e trasformato in linguaggio cinematografico un'esperienza che avevo già testato a fondo sul palcoscenico. Aver collezionato tantissime repliche dal vivo mi è servito moltissimo: mi ha permesso di padroneggiare il personaggio e la sua evoluzione psicologica, garantendomi una gestione ottimale della recitazione nello spazio ristretto. Credo fermamente che tra teatro e cinema non esista questa differenza, specie per il teatro che faccio io. Sono due territori contigui capaci di dialogare a livello di scrittura, struttura e messa in scena. Molte pellicole attuali lo confermano: l’uso ormai diffuso del piano sequenza, ad esempio, ha una chiara matrice teatrale. Far muovere gli attori senza stacchi e interruzioni costringe a non fermarsi mai, esattamente come accade sul palco. Il piano sequenza è la sublimazione della regia teatrale prestata alla macchina da presa.

6) Spesso analizzi il rapporto uomo-smartphone: com'è il tuo legame personale con questo strumento e quanto influisce sul tuo processo di scrittura?
La scelta di analizzare il rapporto tra l'uomo e lo smartphone non nasce da una pianificazione a tavolino, ma dalla mia precisa cifra artistica: fotografare la realtà circostante così come si manifesta. Non seleziono i temi in modo artificiale, lascio che le urgenze emergano dalla contemporaneità della società che attraverso ogni giorno come persona comune. Lo smartphone è ormai protagonista della vita di tutti noi. In scena io porto dei personaggi, non me stesso, e i personaggi di oggi non potrebbero fare a meno del telefono, pur con i loro differenti gradi di dipendenza. Il mio legame personale con lo strumento è un altro discorso: fa parte del mio privato, lo considero un rapporto nella media, lo utilizzo ma cerco di non farmene schiacciare.

7) Che tipo di registro narrativo hai usato per un'icona della commedia come Carlo Verdone nel film "Sotto una buona stella"?
Nel film, che ho avuto l'onore di scrivere insieme a lui, abbiamo adottato il registro narrativo tipico di Carlo. In quell'occasione mi sono messo totalmente al servizio della sua cifra artistica e della sua sensibilità, cercando di intercettarla al meglio, forte anche del fatto di essere cresciuto guardando e amando tutti i suoi film.

8) Hai trattato la violenza sulle donne in diversi video. Che tipo di linguaggio ritieni più efficace per sensibilizzare il pubblico su temi così critici?
Quando mi è stato proposto di affrontare un tema così delicato, la scelta è caduta su di me proprio per le caratteristiche del mio stile. Ho accettato la sfida e ho usato il mio stile anche alla violenza di genere. È stato un percorso stimolante perché sono riuscito a lavorare sul sorriso pur trattando un dramma simile. L'efficacia, secondo me, sta nel non presentare questi temi in chiave esclusivamente cupa. Non bisogna limitarsi a dire allo spettatore "guarda che cosa brutta, facciamo qualcosa", ma mostrare che quella brutalità deve scomparire per lasciare spazio a situazioni più belle e cariche di speranza. L'ironia e il mio naturale approccio ottimista sono stati fondamentali per raggiungere questo obiettivo.

9) Guardando ai tuoi esordi tra web e TV, quale scelta professionale consideri oggi il vero punto di svolta della tua carriera? E restando in tema di evoluzione, come valuti l'attuale scenario teatrale e cinematografico italiano: vedi più limiti o nuove opportunità per chi fa il tuo mestiere?
Non c’è stato un singolo punto di svolta nella mia carriera, ma un flusso continuo che ho costruito da solo, passo dopo passo e con le mie sole forze, senza mai beneficiare di colpi di fortuna. Ho fatto incontri importanti e meritati che mi hanno aiutato a crescere, ma nessuno mi ha mai regalato nulla. Posso dire con orgoglio di aver sempre camminato sulle mie gambe, scalando una montagna che sembra non finire mai. Spesso sono state le persone a prendere da me e dalle mie competenze, piuttosto che a offrirmi una spinta o a facilitarmi la salita. Sono abituato a cavarmela da solo, è il mio destino e la mia caratteristica; le opportunità me le sono sempre create.
Per quanto riguarda l'attuale scenario teatrale e cinematografico italiano, lo trovo a tratti terrorizzante. Non mi riferisco solo alla contrazione del mercato, ma alla drastica riduzione del coraggio e della sensibilità artistica da parte di chi decide quali film produrre. Oggi si punta quasi esclusivamente su operazioni commerciali strutturate come strategie di marketing. Non si guarda più alla sostanza di una storia o alla pura voglia di raccontare qualcosa di bello; si è persa la libertà dell'arte in favore di un’industria spaventata. Il paradosso attuale è che se proponi una bellissima sceneggiatura, la risposta spesso è: "Non mi interessa la storia, dimmi piuttosto se hai il coinvolgimento di quegli specifici attori o di tre influencer di tendenza". Questo meccanismo mi ferisce profondamente. Dovrebbe funzionare al contrario: l'idea forte viene prima, e attorno ad essa si costruisce la strategia commerciale. Oggi si respira un'aria di paura che impedisce di sognare e di divertirsi, trasformando i creativi in meri esecutori, come se producessimo tappi di sughero anziché film. Di conseguenza vedo molti più limiti che opportunità. Certo, ci sono i social, ma si stanno saturando e richiedono una dipendenza quotidiana tale da trasformare le persone in zombie: si finisce per vivere dentro i reel dimenticandosi di vivere la vita reale.

10) Se dovessi inserire in una tua commedia un personaggio che rappresenta la "Speranza", come lo descriveresti fisicamente e quale sarebbe la sua prima battuta?
Questa è una domanda bella ma davvero difficile, richiede quasi la stesura di una piccola opera creativa! È complicato rispondere su due piedi, meriterebbe una riflessione più profonda. Di getto, posso dirti che l'idea di un personaggio chiamato "Speranza" mi affascina molto; userei proprio questo nome, che ricorda anche la variante spagnola Esperanza, un tratto distintivo già perfetto in sé. Sicuramente sarebbe un personaggio solare, ottimista, sorridente, dotato di una forte ironia e autoironia. E la sua prima battuta in scena sarebbe senza dubbio: "Salve, mi chiamo Speranza, e questo dovrebbe bastare a spiegarvi tutto di me".



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