Estate di una volta

Verso le quattro del pomeriggio c'è un momento in cui l’estate diventa un qualcosa di statico. Fuori la luce è forte, accecante, l’aria è pesante e l’unico suono è il frinire continuo delle cicale. 
Se ti trovi in un piccolo paese, quel silenzio ti crolla addosso.
È il vuoto. 
La noia. 

Ma è una noia che ha il sapore di un tempo in cui eravamo noi a riempire lo spazio.
Mi tornano in mente le mattine che cominciavano piano, con quelle belle colazioni fatte senza fretta, prima che il sole scottasse troppo. E poi il giorno che esplodeva: le corse sfrenate in bicicletta con le amichette, il vento in faccia e quella sensazione di onnipotenza che si spegneva solo con una caduta rovinosa. Ci rialzavamo, ci guardavamo le gambe sbucciate e continuavamo a inseguirci tra i vicoli del paese, dove ogni angolo era un nascondiglio e ogni portone un'avventura.
Ricordo l'aria che si faceva man mano più fresca, quasi pungente, mentre risalivamo il percorso per raggiungere la montagna dietro il paese. Sembravamo esploratori. 


E al ritorno, la fame vera: quella merenda del pomeriggio con il pane fresco del fornaio, croccante fuori e morbido dentro, che profumava di farina e di cose semplici. Non c'era bisogno di fotografarlo, quel pane. Bisognava solo morderlo.

Poi, d’istinto, le dita cercano la superficie fredda dello smartphone. 


Lo sblocchi. E in un secondo il passato si dissolve. Vieni catapultato in un universo parallelo fatto di video da tre secondi, notifiche di email che potrebbero aspettare settembre, storie di persone che mostrano quanto sia instagrammabile la loro vacanza.
Ed è qui che avviene il cortocircuito.
Abbiamo scambiato la libertà delle ginocchia sbucciate e della polvere dei vicoli con un qualcosa di artificiale. Abbiamo così paura di annoiarci, oggi, che riempiamo ogni istante vuoto con uno scroll infinito. 

La verità è che in quel vuoto estivo di una volta, tra un morso di pane e nutella e una pedalata, stavamo imparando a capire chi eravamo. Oggi, invece, guardiamo gli altri e non sappiamo più né chi siamo né cosa vogliamo.

Due estati a confronto (anni '80 vs oggi)

Se il tempo potesse ripiegarsi su se stesso, immagino l'incontro su quella strada sterrata che porta alla montagna dietro il paese. 


Da una parte, due ragazzine degli anni Ottanta, con le scarpette di tela consumate, le ginocchia sbucciate, le dita che sanno ancora di pane del fornaio e le t-shirt oversize colorate. Dall'altra, due adolescenti di oggi, gli occhi incollati allo schermo, alla ricerca disperata di una tacca di segnale.

Ragazza degli anni '80: (frenando di colpo, facendo scricchiolare la ghiaia con i freni della bici) «Ehi! Ma che state facendo lì ferme? C’è un’aria bellissima quassù, tra poco il sole si nasconde dietro la cima. Perché guardate quel rettangolo luminoso?»

Ragazza di oggi: (senza alzare lo sguardo) «Sto cercando di caricare un video. Qui non prende niente, è un incubo. Se non lo pubblico ora, l'algoritmo mi taglia fuori. Voi non avete un powerbank? Ho il telefono al 12%».

Ragazza degli anni '80: (scambia uno sguardo confuso con la cugina) «Un cosa? No... noi abbiamo solo una borraccia d'acqua fresca, un paio di gettoni del telefono in tasca se dobbiamo chiamare a casa dal bar e due pesche nella borsa della bici. Ma perché devi pubblicare? Non è meglio se guardi la montagna?»

Ragazza di oggi: «Se non lo fotografo, è come se non ci fossi venuta. Come fanno i miei amici a sapere cosa sto facendo? Se mi annoio, impazzisco».

Ragazza degli anni '80: (sorride, accarezzandosi una crosta sul ginocchio) «Ma annoiarsi è la parte più bella! È quando non sappiamo che fare che ci vengono in mente i giochi migliori nei vicoli del paese. Prima siamo cadute dalla bici, ho preso una botta tremenda, abbiamo riso per mezz'ora. Guarda che livido!»

Ragazza di oggi: (alza finalmente gli occhi, fissa il ginocchio sbucciato con un misto di fascino e orrore) «Ma non fa male? Io se mi faccio un graffio ci metto il filtro... Comunque, com'è possibile che non vi annoiate senza sapere cosa fanno gli altri in questo preciso momento?»

Ragazza degli anni '80: «Perché in questo preciso momento ci siamo noi. C'è il profumo del forno del paese di stamattina, ci sono le nostre biciclette e c'è questa salita. Il resto del mondo può aspettare a domani».

Le due ragazze degli anni '80 spingono sui pedali, ripartendo verso la cima con una risata che risuona pulita nell'aria fresca. La ragazza di oggi le guarda allontanarsi. Poi, per un secondo, spegne lo schermo. Guarda la montagna. Sente, forse per la prima volta, il rumore del vento.

Ora tocca a voi
Prendetevi cinque minuti. Chiudete gli occhi e tornate all'estate della vostra infanzia o adolescenza. Scegliete un ricordo che non è mai stato fotografato, perché i telefoni non c'erano o erano chiusi in un cassetto.

Descrivetelo usando i 5 sensi.
Che odore aveva quel pomeriggio?
Quale rumore faceva?
Quale sapore o sensazione vi è rimasta addosso?
Lasciate qui sotto il vostro flusso di coscienza. 




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