L'angolo dell'intervista Dario Bellini Tamburro: il racconto della cultura pop a colpi di carte

"Mi piace raccontare una storia magari già conosciuta da tutti in un modo in cui nessuno l'ha ancora raccontata"

Oggi vi farò conoscere un creator che ha attratto subito la mia attenzione. Credo che il suo sia un modo molto divertente e innovativo di raccontare le storie e di farlo in una maniera davvero sorprendente.
Vedete, cari lettori, ci sono modi tradizionali per narrare, riportare, illustrare, e poi c'è chi decide di dare forma a uno stile narrativo unico e riconoscibile, fatto di cartoncini colorati, volti stilizzati e fortemente espressivi e un ritmo incalzante che ti incolla allo schermo dall'inizio alla fine (come è capitato a me!).
È un vero piacere ospitare nel blog Dario Bellini Tamburro (noto sui social come Darius Tambell), content creator e storyteller che in meno di un anno ha conquistato una community vastissima (80mila follower). 
Il suo marchio di fabbrica? Un mazzo di carte che non serve a fare giochi di prestigio, ma diventa uno strumento visivo geniale e artigianale per sintetizzare film, serie TV, videogiochi e persino storie di vita vissuta.
Dietro la leggerezza di una gag e la rapidità di un formato social c'è un intenso e rigoroso lavoro di scrittura, un'attenta cura dei dettagli grafici e, soprattutto, una grandissima passione per il narrare. E Dario è un narratore eccellente!
In questa chiacchierata mi ha raccontato come nasce lo "storytelling illustrato", il lavoro che richiedono i suoi video più complessi (e faticosi!), cosa si muove davvero dietro a quel mazzo di carte e i suoi progetti futuri.

Mettetevi comodi: buona lettura!



1) Benvenuto nel mio blog! Se dovessi presentarti con parole semplici, chi è Dario e come racconteresti l'attività a chi capita per la prima volta sul tuo profilo?
Mi sento un semplice Dario; se proprio dovessi definirmi con una parola, probabilmente direi storyteller. Anche se il mio obiettivo è diventare un creativo a 360 gradi.
Mi piace partire da un'idea, darle una forma e trasformarla in qualcosa che le persone abbiano voglia di guardare fino alla fine. Oggi lo faccio soprattutto attraverso i social e attraverso un format molto riconoscibile, quello delle carte, con cui racconto film, serie TV, videogiochi, personaggi, fenomeni della cultura pop e anche storie vere.
La cosa che mi interessa, però, non è semplicemente "fare contenuti". Mi piace scriverli, costruire le battute, trovare un punto di vista personale e capire come raccontare una storia magari già conosciuta da tutti in un modo in cui nessuno l'ha ancora raccontata.
Credo molto nell'autenticità, nella curiosità e soprattutto nella qualità delle idee. Un contenuto per me non dovrebbe essere soltanto qualcosa da pubblicare perché "bisogna pubblicare", ma un'occasione per intrattenere, far ridere, qualche volta far riflettere e, soprattutto, raccontare qualcosa.
In meno di un anno intorno a questo modo di comunicare si è creata una community molto affezionata. Una delle cose che mi rende più felice è vedere persone che scoprono un mio video per caso e poi iniziano a recuperare tutti gli altri, quasi fossero episodi di una serie. Insieme alla stima ricevuta da altri creator che seguono il mio lavoro, è probabilmente uno degli aspetti di cui vado più fiero.

2) Lo stile che proponi sui social è un mix unico e originale. Se si dovesse inventare un nome per definire questa forma d'arte, quale sarebbe? Quando e come è nata?
Questa è difficile! Non so se riuscirei a inventare un nome preciso. Probabilmente parlerei di una sorta di storytelling illustrato, anche se ormai per me è semplicemente "il format delle carte".
Ed è nato quasi per gioco, ma anche un po' per provocazione nei confronti degli altri content creator.
Quando ho iniziato, vedevo tantissimi contenuti costruiti nello stesso modo: stessi trend, stessi montaggi, stessi meccanismi. Io volevo trovare qualcosa che fosse immediatamente riconoscibile e che mi permettesse soprattutto di raccontare storie, perché è sempre stata quella la parte che mi interessava di più.
Così sono arrivate le carte. All'inizio erano semplicemente uno strumento visivo, poi pian piano sono diventate un vero e proprio linguaggio: posso far entrare e uscire personaggi, farli incontrare, innamorare, morire, resuscitare, spostarli fisicamente mentre racconto quello che succede. È un modo molto semplice, quasi artigianale, di mettere in scena storie anche enormemente complesse.
Con il tempo questo linguaggio ha iniziato a contaminare un po' di tutto quello che mi interessa: intrattenimento, cultura pop, attualità, comicità e storytelling. Ed è diventato la mia firma. Mi piace l'idea che una persona possa imbattersi in un video senza neanche leggere il nome dell'account e capire dopo pochi secondi che è uno dei miei.
Poi c'è una frase con cui inizio praticamente ogni storia: "Ma c'è...", seguita dal nome del protagonista. È nata spontaneamente e ormai è diventata parte integrante del format.
Questa volta, però, visto che devo raccontare me stesso, posso finalmente dirlo: "Ma ci sono io".
E dietro tutte quelle carte, in fondo, c'è proprio questo: il percorso creativo che sto cercando di costruire. E spero sia ancora soltanto l'inizio.

3) Molti creator seguono i trend del momento per fare visualizzazioni, qui invece il mazzo di carte è al centro della narrazione. Come mai proprio questo strumento? C’è un motivo particolare o una vecchia passione dietro questa scelta?
In realtà le carte sono nate quasi per una coincidenza. In quel periodo avevo in mente di realizzare dei video in cui raccontavo, in maniera ironica, alcuni creator famosi su TikTok, ma non volevo ritrovarmi a fare complicati montaggi video, cercando continuamente clip, immagini e materiale da inserire. Cercavo qualcosa di più semplice, fisico e soprattutto immediato.
Più o meno nello stesso periodo mi capitò di ritrovare un vecchio video che anni prima avevo mandato a una ragazza che mi piaceva. Per raccontarle una storia avevo utilizzato dei piccoli elementi fisici di carta, spostandoli davanti alla telecamera mentre parlavo. Rivedendolo mi si è accesa una lampadina: perché non utilizzare lo stesso principio per raccontare qualsiasi cosa?
Da lì ho iniziato a trasformare personaggi e situazioni in carte vere e proprie. Potevo prenderle, spostarle, sovrapporle, farle entrare e uscire dalla storia e creare visivamente delle situazioni comiche senza bisogno di montaggi particolarmente complessi.
Quindi no, paradossalmente non c'era una vecchia passione per le carte dietro al format. Sono state semplicemente la soluzione più naturale a un'esigenza narrativa. Poi, quasi senza che me ne accorgessi, quello che doveva essere soltanto uno strumento è diventato l'elemento più riconoscibile di tutto ciò che faccio.


4) Nei tuoi video usi le carte come un linguaggio per raccontare la cultura pop, dai film alle serie TV. Come ti è venuta questa idea e come fai a far ridere usando questo strumento?
Sull'origine delle carte ho in parte già risposto prima, ma il passaggio ai film e alle serie TV è arrivato solo successivamente e, anche in questo caso, quasi per caso.
A un certo punto avevo aperto un box di richieste sui social chiedendo alle persone cosa avrebbero voluto vedermi raccontare. Qualcuno mi chiese di riassumere Il Signore degli Anelli utilizzando le carte. Fino a quel momento non avevo pensato al format in quel modo, ma decisi di provarci. Quello fu, di fatto, il mio primo video-riassunto cinematografico.
Da lì mi sono reso conto che quel linguaggio si prestava benissimo a raccontare film e serie TV: potevo prendere storie anche molto lunghe e complesse, ridurle all'essenziale e rappresentare fisicamente relazioni, morti, tradimenti, colpi di scena e assurdità narrative. Così, poco alla volta, quella che era nata come un'idea diversa si è evoluta nel format che porto avanti oggi.
Per quanto riguarda la comicità, invece, ho una regola abbastanza semplice: devo far ridere prima di tutto me stesso. Quando scrivo una sceneggiatura sono il mio primo spettatore. Cerco la battuta, la gag o il modo assurdo di rappresentare una scena che farebbe ridere me se stessi guardando il video di qualcun altro.
Non parto quindi pensando "questa cosa farà ridere il pubblico?". Se mentre scrivo una gag mi diverte davvero, allora ha superato il primo test. Poi magari al pubblico non farà ridere affatto, ma almeno posso dire che uno spettatore l'ho conquistato: me stesso.

5) Nei riassunti e negli sketch pop compaiono spesso volti e personaggi espressivi messi in scena con una forte componente grafica. Quanto tempo richiede disegnare e strutturare visivamente i protagonisti? Quali sono i tuoi personaggi preferiti che poi rielabori?
Per me è fondamentale rappresentare visivamente un'emozione o un concetto nel modo più immediato possibile.
Le espressioni dei personaggi non sono mai casuali: cerco di esasperare alcuni gesti affinché basti guardare la carta per capire cosa sta succedendo, ancora prima che io lo dica. Un personaggio che si morde il labbro inferiore può comunicare immediatamente desiderio o attrazione fisica; un'espressione completamente sconvolta può diventare la sintesi di una situazione assurda. È quasi un piccolo vocabolario visivo che si è costruito nel tempo.
E infatti, più che avere dei "personaggi" preferiti, ho delle carte ricorrenti a cui sono particolarmente affezionato, perché ormai sono diventate dei tormentoni del mio linguaggio.
C'è la celeberrima "carta fessa", che utilizzo per sintetizzare ironicamente il momento in cui un personaggio femminile si concede sessualmente; oppure la carta "uomo di odore", che identifica immediatamente quel personaggio particolarmente attraente, virile e con un certo fascino animalesco.
Poi ci sono tutte le infinite varianti delle "anime che si uniscono", probabilmente uno dei miei cavalli di battaglia: negli anni ho trovato modi sempre più assurdi per rappresentare due persone che finiscono insieme.
Un'altra delle mie preferite è Mara Maionchi che fa il gesto dell'ombrello, che compare quando devo comunicare che qualcosa non succederà mai: è sostanzialmente la rappresentazione grafica di un elegantissimo "col caz**".
E infine adoro le carte spoiler. All'inizio la battuta era estremamente letterale: per rappresentare uno "spoiler" mostravo semplicemente lo spoiler di un'auto da corsa. Poi ho iniziato a inventare rappresentazioni figurative sempre diverse per nascondere o anticipare i colpi di scena.
Sono tutte piccole gag che, ripetendosi video dopo video, hanno finito per creare una sorta di lessico interno al format: chi mi segue da tempo sa già cosa sta per succedere non appena vede comparire determinate carte.

6) Prima di girare credo che dietro ci sia un grande lavoro di scrittura: come scegli cosa raccontare e come fai a condensare ore di storia in pochissimi minuti senza annoiare?
Questa è probabilmente la parte più complicata dell'intero processo, perché significa prendere magari dieci ore di una serie televisiva o due ore e mezza di un film e capire cosa sia davvero indispensabile per raccontarne la storia in pochi minuti.
Il metodo che utilizzo è abbastanza semplice: immagino di dover raccontare quella trama a un amico. Se fossimo seduti davanti a una birra e lui mi chiedesse: "Ma quindi di cosa parla?", come gliela racconterei senza mettermi a descrivere ogni singola scena?
Da lì nasce la prima bozza. Cerco di ricostruire la storia nel modo più sintetico e colloquiale possibile, mantenendo i passaggi fondamentali e sacrificando inevitabilmente personaggi secondari, sottotrame e dettagli che, per quanto interessanti, rallenterebbero il racconto.
Una volta ottenuto questo "scheletro", arriva la parte più divertente: la comicità. Rileggo tutto e comincio a inserire sia le gag ricorrenti del mio format, quelle che ormai chi mi segue riconosce immediatamente, sia battute e situazioni create appositamente per quella specifica storia.
Alla fine cerco sempre un equilibrio: chi conosce già l'opera deve potersi divertire nel riconoscere personaggi, situazioni e riferimenti, mentre chi non l'ha mai vista deve comunque riuscire a seguire il racconto senza perdersi.
La difficoltà vera, quindi, non è semplicemente "riassumere": è capire cosa puoi togliere senza smettere di raccontare quella storia.

7) Qual è stato il video o la storia più difficile da scrivere e montare finora?
Sono indeciso tra due.
Il primo è sicuramente il riassunto dell’Odissea. Credo di aver accumulato qualcosa come cinque ore di girato per ottenere quattro minuti di video definitivo. C'erano tantissime gag, alcune piuttosto elaborate e con un tasso di errore altissimo.
Il problema è che i miei video sono girati interamente in piano sequenza: non registro una frase alla volta per poi montare tutto insieme. Se sbaglio qualcosa, soprattutto verso la fine, spesso significa ricominciare il video dall'inizio. E quando hai davanti decine di carte da muovere al momento giusto, battute da ricordare e gag da eseguire fisicamente, le possibilità che qualcosa vada storto aumentano parecchio.
L'altro grande trauma è stato il riassunto della terza stagione di The Vampire Diaries. Per gli stessi motivi, ma soprattutto per una gag finale in cui dovevo rappresentare un'auto che cade in acqua. Non ricordo neanche più quante volte l'abbia sbagliata.
Il piccolo dettaglio è che quella gag arrivava alla fine del video. Quindi ogni volta che qualcosa andava storto non rifacevo soltanto la gag: rifacevo tutto il video da capo.
Diciamo che in quei momenti il piano sequenza, da scelta stilistica, diventa rapidamente una forma di autolesionismo creativo.

8) C'è una storia o un progetto in particolare che vorresti raccontare ma che non hai ancora fatto?
La risposta più immediata è: i videogiochi.
Sono un grandissimo appassionato di videogiochi e, a pensarci, trovo quasi assurdo che dopo aver raccontato film, serie TV e storie di ogni tipo non abbia ancora realizzato un vero e proprio riassunto videoludico.
È un mondo che secondo me si presta tantissimo al mio format, anche perché alcuni videogiochi hanno trame enormi, personaggi memorabili e una quantità di eventi talmente assurda che condensarli in pochi minuti può diventare molto divertente.
In realtà, però, ci sto già lavorando. Vorrei iniziare a breve con tre titoli a cui tengo particolarmente: God of War, Metal Gear Solid e Clair Obscur: Expedition 33.
Sono anche curioso di vedere come reagirà chi mi segue, perché per me rappresenterebbe l'inizio di un nuovo filone del format. E soprattutto mi permetterebbe finalmente di unire due cose che fanno parte di me da sempre: la passione per i videogiochi e quella per raccontare storie.

9) Alla fine, cosa speri che rimanga a chi guarda un tuo video? Solo una risata veloce o qualcosa in più (come è successo a me...)?
Ovviamente spero che le persone si divertano e che un mio video riesca a strappare una risata, ma la cosa che mi dà più soddisfazione è un'altra: chi mi scopre attraverso un singolo video molto spesso finisce per andare sul mio profilo e recuperarne tanti altri.
Per me è un grandissimo complimento, perché significa che quella persona non ha apprezzato soltanto il riassunto della serie TV che ama e che l'algoritmo ha deciso di mostrarle in quel momento. Ha apprezzato il mio modo di raccontare.
Ed è probabilmente ciò a cui tengo di più: essere seguito non soltanto per cosa racconto, ma per come lo racconto.
Quando qualcuno mi dice: "Non ho mai visto questa serie e non mi interessa nemmeno, ma ho guardato comunque tutto il video perché volevo sentirla raccontata da te", per me quello vale tantissimo. Significa che, in qualche modo, sono riuscito a creare un linguaggio riconoscibile che può funzionare indipendentemente dall'argomento.
Quindi sì, la risata è fondamentale, ma se dopo quella risata viene anche la curiosità di vedere cos'altro ho raccontato, allora per me il video ha fatto molto più di quello che speravo.

10) Chiudiamo in pieno stile "Flusso di coscienza" con un piccolo esercizio di scrittura creativa.
Se il mazzo di carte che utilizzi ogni giorno potesse prendere vita per trenta secondi e avesse una voce tutta sua, quale sarebbe la prima cosa che direbbe di te o del modo in cui lo usi?
Sono un fanatico della metanarrazione, quindi penso che quei trenta secondi degenererebbero molto velocemente.
Probabilmente il mazzo, invece di limitarsi a parlare di me, inizierebbe a raccontare il modo in cui io racconto le storie con le carte... utilizzando a sua volta le mie stesse carte.
Quindi avremmo una carta che prende una carta di me, che a sua volta prende un altro mazzo di carte per spiegare come realizzo un video con le carte. Una specie di Inception narrativo completamente inutile e assurdo.
E conoscendomi, mentre il mazzo cerca di raccontare la mia storia, probabilmente comparirei io da qualche parte per correggerlo.
A quel punto non saprei più stabilire chi sta raccontando chi.
Ed è esattamente per questo che mi piacerebbe.


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