Ritrovare la serenità nella propria solitudine

"Vivo in quella solitudine che è penosa in gioventù, ma deliziosa negli anni della maturità". 
Con queste parole, contenute nel suo celebre saggio del 1934 Come io vedo il mondo (e riprese poi nella raccolta Out of My Later Years), Albert Einstein descriveva il suo rapporto con l'isolamento. 
Premetto che l'idea di questo post mi è balzata alla testa dopo aver visto e letto una notizia che mi è stata condivisa su WhatsApp. Come sempre, quando qualcosa mi colpisce nell'immediato, la mia mente parte in quarta e avverto la necessità di scrivere i miei pensieri.
A questo punto vengo subito al sodo... Quante volte ci sarà capitato di voler rimanere soli, di restare a contatto con i nostri pensieri?

Un bisogno estremamente personale che non va visto come egoismo, ma come uno spazio che il proprio io richiede a voce alta.
Nel capitolo intitolato Un cavallo che tira da solo, Einstein confessava che la solitudine non era per lui un segno di disprezzo verso gli altri, ma una condizione necessaria per proteggere la propria indipendenza mentale ed emotiva.
Oggi, quasi un secolo dopo, questa riflessione risuona più urgente che mai. 
Perché? Cosa ci spinge a "rimanere soli"? 
La risposta è più semplice di quanto si possa immaginare...Viviamo costantemente connessi: notifiche, scadenze, chiacchiere di circostanza, corse interminabili per raggiungere degli obiettivi. Ma spesso confondiamo il silenzio con il vuoto, e il vuoto ci spaventa. 

Abbiamo così paura di sentirci soli che riempiamo ogni istante di rumore, di cose fare - anche inutili - finendo per allontanarci dall'unica persona con cui passeremo tutta la vita: noi stessi.
Einstein ci insegna, invece, che esiste una "solitudine positiva" – quella che la psicologia moderna distingue nettamente dall'isolamento: è una vera e propria forma di cura. Quando spegniamo il rumore di fondo, la mente smette di reagire agli stimoli esterni e inizia finalmente a creare. È proprio nel silenzio che i pensieri si stabilizzano, che le emozioni trovano il loro posto e che la creatività si accende. Prendersi cura di sé significa anche questo: avere il coraggio di chiudere la porta al mondo per riaprirla verso l'interno.
Stare bene da soli non ci isola dagli altri; al contrario, ci rende capaci di amarli meglio, perché smettiamo di usarli come un rifugio per scappare dalle nostre paure. La prossima volta che vi trovate da soli, non cercate una scappatoia, che sia lo smartphone, lo shopping compulsivo o altro... Restate lì. Ascoltate il vostro flusso di coscienza. Potreste scoprire che quella solitudine, dopotutto, è davvero salvifica.

Anna e il silenzio che cura
“Vivo in quella solitudine che è penosa in gioventù, ma deliziosa negli anni della maturità" 
Quante volte Anna ha riletto questa frase di Albert Einstein negli ultimi mesi? E quante volte si è sentita quasi in colpa per averla trovata così incredibilmente vera?
A quarantacinque anni, è ormai una donna che ha fatto tanto. Ha costruito, protetto, soprattutto lottato. Ha attraversato anni complessi, segnati da dolori infiniti e fatiche sempre silenziose: il cambio del lavoro, la propria malattia, la gestione quotidiana di una famiglia dove figli e genitori sembravano avere una richiesta urgente da farle. Anna è stata il pilastro, la colonna portante che non poteva permettersi di cedere.
Ma la forza, a volte, consuma, ti trasforma.

Fino a poco tempo fa, il silenzio spaventava Anna. Per lei era come un vuoto... Appena le sue mani si liberavano da una mansione, cercavano lo smartphone. Appena la casa si svuotava, accendeva la televisione o la radio, quasi per colmare un'assenza che le faceva paura. Temeva che, smettendo di correre, avrebbe finalmente sentito il peso di tutto ciò che aveva accantonato.
Il punto di svolta è arrivato un giorno qualunque, l'ennesimo iniziato all'alba con una lista infinita di cose da fare. Nel bel mezzo della colazione, tra un richiamo ai ragazzi e il controllo delle email, Anna ha avvertito un tonfo al petto: una stanchezza enorme, radicata non solo nelle ossa, ma nell'anima.
Non è scappata. Non ha fatto le valigie per un eremo sperduto in montagna. Ha fatto qualcosa di molto più radicale: ha deciso di dire un "no" salvifico e di prendersi due ore tutte per sé.
Ha spiegato ai figli e a sua madre che per un pomeriggio la casa avrebbe dovuto fare a meno del suo asse di rotazione. All'inizio c'è stato smarrimento, persino un po' di resistenza intorno a lei. Ma Anna sapeva una verità fondamentale, quella che Einstein ci ha lasciato in eredità: il suo non era un allontanarsi dai doveri di madre e di figlia, ma un atto d'amore necessario. Non poteva continuare a dare agli altri l'energia che non aveva più per sé stessa.
Ha chiuso la porta della sua camera, ha spento il telefono e si è seduta sul letto, guardando fuori dalla finestra senza fare nulla.
Nei primi minuti la mente ha continuato a correre, a stilare liste mentali di cose dimenticate. Poi, lentamente, il rumore di fondo si è spento. I pensieri si sono stabilizzati, le emozioni accumulate negli anni hanno trovato finalmente il loro posto, e una profonda, inaspettata pace ha preso il sopravvento. "Non sto fuggendo dalla mia vita - ha riflettuto - ma sto tornando a casa, dentro di me. Prendersi cura di sé significa anche questo: avere il coraggio di chiudere la porta al mondo per riaprirla verso l'interno".
Quando Anna è riemersa da quelle due ore di silenzio, i suoi occhi erano diversi. Più leggeri. Il giorno dopo, seduta a tavola con i suoi figli, non ha sentito il bisogno di accentrare tutto su di sé o di anticipare ogni loro bisogno. Era presente, ma in modo nuovo: serena, centrata, capace di amarli senza la paura di perdersi.


E tu? Quando è stata l'ultima volta che hai spento il rumore?
La storia di Anna ci ricorda che la solitudine non è isolamento, ma una forma di cura profonda. La prossima volta che ti trovi da solo o sola, prova a non cercare subito distrazioni. Resta lì, ascolta il tuo flusso. Potresti scoprire che quella solitudine, dopotutto, è davvero salvifica.

Ti è mai capitato di sentire il bisogno di "staccare la spina" in questo modo, e qual è il primo pensiero che affiora quando finalmente resti in silenzio con te stesso/a?

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