L'angolo dell'intervista Carmine Padula: "Carlo Acutis ha fatto della sua semplicità un messaggio"

"Il lavoro più importante è stato quello di andare ad aggiungere, e non a descrivere, le emozioni e le scene di questo film".

Oggi ho il grande piacere di ospitare uno dei talenti più brillanti e precoci del panorama musicale italiano: Carmine Padula. Nato a Foggia nel 2000, Carmine è compositore, pianista e direttore d'orchestra. A soli 18 anni ha segnato l'esordio più giovane in Rai nella sezione colonne sonore, firmando le musiche di Ognuno è perfetto per il regista Giacomo Campiotti, con cui è nato un sodalizio artistico straordinario. Da allora la sua firma ha accompagnato successi televisivi e cinematografici del calibro di La Sposa, Chiara Lubich, La Luce nella Masseria e la serie-evento La lunga notte, che gli è valsa la vittoria ai prestigiosi SIAE Music Awards. Un percorso che lo ha visto protagonista anche su palchi istituzionali e televisivi unici — dall'inaugurazione in streaming del G20 di Matera alla prima serata di Rai 1 per Una voce per Padre Pio — oltre a ricevere il Premio Franco Cuomo International al Senato della Repubblica e il Nastro d'Argento per Ughetto Forno. Senza dimenticare l'impegno sociale, come nel brano Sei come me composto per Emma Marrone, volto a sensibilizzare sul tema della disabilità.

Dopo il grande debutto di ieri sera su Canale 5 del film-evento "Il mio nome è Carlo", dedicato alla straordinaria figura di Carlo Acutis, di cui Carmine ha composto la colonna sonora originale, il maestro si racconta a noi in una profonda chiacchierata, svelandoci i segreti del suo flusso creativo, il suo rapporto con la spiritualità e la forza della determinazione giovanile.

1) Benvenuto nel mio blog, è un vero piacere ospitarti.
Carmine, chi scrive per il cinema spesso guarda la realtà in modo diverso. Se scavi nei tuoi ricordi d'infanzia, qual è il primo paesaggio o colore in cui hai avvertito un vero e proprio "impulso" musicale?
Innanzitutto grazie dell'intervista e grazie del benvenuto, mi fa molto piacere essere con te e con voi. Credo che gli artisti in genere siano portati a osservare il mondo da tante prospettive, quindi anche i musicisti non ne fanno a meno. In special modo chi compone, chi ha nel percorso creativo il suo flusso di esistenza lavorativa. Io ho avuto il primo impulso quando c'è stata una grave perdita nella mia vita: a tredici anni venne a mancare mio padre. Decisi, non autonomamente ma per caso, di iniziare a sedermi al pianoforte e descrivere i miei sentimenti. Lì capii che stavo creando qualcosa di nuovo, pian piano mi sono reso conto della potenza della musica non solo come mera esecuzione, ma anche come creazione. Quello mi ha subito fatto scattare qualcosa dentro, mi ha portato ancora di più a studiare e a voler apprendere sempre di più per potermi perfezionare e comporre a livello professionale.

2) Quando ti siedi al pianoforte per comporre, come descriveresti il tuo flusso di coscienza? Ti lasci trasportare dall'istinto oppure c'è una forte componente legata alla struttura e allo studio della musica?
Tendenzialmente non compongo sempre al pianoforte, altrimenti sarei schiavo della mia tecnica pianistica. Solitamente cerco di comporre il tema in testa: cerco di sentirlo, di cantarlo, a volte mi arriva così e poi lo porto sulla partitura. In un secondo momento mi metto al pianoforte, magari lo fiorisco e aggiungo qualcosa in più. Dipende molto se è una composizione che viene in modo naturale o su commissione. Logicamente, quando si fa la musica per un film, per una serie o per una sonorizzazione, bisogna assecondare delle richieste e naturalmente sono più vincolato a un suono o a un'emozione che devo trasmettere. Però cerco sempre di non censurarmi e di essere molto creativo in quel che faccio. A volte ci riesco meglio, a volte meno, però credo sia importante avere un'apertura a trecentosessanta gradi su tutta la musica. Soprattutto la musica applicata è davvero immensa: possiamo comporre poemi sinfonici come canzoni da discoteca. C'è bisogno di una grande apertura e cerco di far andare il mio flusso compositivo nel modo più naturale possibile.

3) Per caso è presente una paura, un'esitazione particolare quando inizi a scrivere una nuova colonna sonora? In che modo riesci a superare l'eventuale 'blocco' della prima nota?
Sì, spesso capita che quando mi arriva un progetto ci sia paura. La musica su un film ha un potere enorme, che è quello di migliorarlo o, a volte, anche di peggiorarlo. Mi rendo conto perfettamente della responsabilità che ho. Credo sia fondamentale confrontarsi con il regista, il produttore e il montatore per cercare di trovare una strada comune. Soprattutto in progetti particolari, tipo questo di Carlo Acutis, è stato importantissimo confrontarsi. Fortunatamente finora ho sempre trovato delle soluzioni abbastanza efficaci su ogni film o serie.

4) Se dovessi descrivere Carlo Acutis non attraverso le note, ma a parole tue, che tipo di ragazzo racconteresti a chi non lo conosce?
Secondo me Carlo ha fatto della sua semplicità un messaggio. Siamo pieni di stereotipi, di "maschere" come diceva lui, pieni di cliché che tutti i ragazzi – forse anch'io, un po' tutti – cerchiamo di seguire: standard di bellezza, standard di vita. Credo che sia un messaggio potentissimo quello che lui lanciava, cioè quello di essere se stessi. È una frase che spesso si sente e risente, ma pochissime volte viene attuata. Secondo me la vera santità di Carlo, oltre a quel che innegabilmente ha fatto in vita e poi post-mortem con i suoi miracoli, sia proprio questo messaggio di semplicità e di essenza.

5) Come sei riuscito a mantenere la colonna sonora del film "Il mio nome è Carlo" fresca e vicina alla sua giovinezza, evitando che il suono diventasse troppo distante e distaccato dalla realtà di un quindicenne?
Qui è stato fondamentale capire con che lente la musica descriveva quello che succedeva. Non mi capita spesso, ma la musica di solito descrive e amplia; invece, in questo film, ha visto la storia con un'altra lente, andando spesso a contrasto con le immagini. Questo è stato davvero il gol che abbiamo cercato di centrare: quello di non descrivere, perché le immagini sono già molto potenti di per sé, ma di aggiungere un qualcosa in più. Ad esempio, in alcune scene in cui Carlo sembrava felice ed era contento, a volte c'è un po' di oscurità nella musica. Questo perché c'è un'incombenza: Carlo sentiva l'avvicinarsi della sua morte già da un po' di tempo prima, e la musica spesso sottolinea questo aspetto. Credo che il lavoro più importante sia stato quello di andare ad aggiungere, e non a descrivere, le emozioni e le scene di questo film.

6) Per questo lavoro hai collaborato con i ragazzi dell'Orchestra Giovanile di Benevento. Che emozione si prova a vedere la propria musica prendere vita grazie a musicisti così giovani?
In realtà in questo film non abbiamo collaborato con i ragazzi dell'Orchestra di Benevento. Loro sono spesso con me in tournée: abbiamo questa orchestra che si chiama Orchestra Sinfonica Nazionale del Cinema e molti dei loro elementi sono coinvolti con noi. Sono davvero dei ragazzi straordinari, credo che avranno una grande carriera e sono sempre con me in tour, però specificatamente in questo film non c'è stata una collaborazione con loro.

7) Carlo Acutis è stato un ragazzo del nostro tempo, straordinario nella sua normalità. Secondo te, in che modo i giovani di oggi possono prendere esempio da lui e trovare la propria strada o la propria "voce" nel mondo?
Purtroppo viviamo in una società molto superficiale, che bada alla superficie, e inconsciamente credo che tutti ne subiamo il fascino e l'influenza tramite questi continui standard che ci vengono propinati in tutte le salse. Faccio il mio esempio: quindici anni fa era assurdo pensare di fare il musicista. Tutti i ragazzini a undici o dodici anni volevano fare i calciatori o gli astronauti, mestieri forse più affascinanti e redditizi. Io, invece, ho subito il fascino della musica e non ho mai avuto piani B. Tuttora non ho piani B, e questo perché sono sempre stato molto determinato. A volte quello che manca ai ragazzi è proprio la determinazione e il credere fermamente in qualcosa, perché alle prime difficoltà si tende un po' a mollare e magari a puntare al concorso nelle forze dell'ordine o nella pubblica amministrazione. Soprattutto qui al Sud c'è molto la concezione del posto fisso, ma credo un po' in tutta Italia. Invece è bello insistere e non demordere. Il messaggio che lancio ai miei coetanei e a chi è più giovane di me è quello di cercare veramente di mettere tutti noi stessi in qualcosa, anche in qualcosa di semplice. Ho notato che la vita in qualche modo ti offre sempre l'opportunità, dopo cinque, dieci o vent'anni. Se noi ci crediamo davvero, possiamo fare ciò che ci piace. Non c'è cosa più bella che alzarsi la mattina e fare quel che ti piace fare.

8) Sei molto legato alle tue radici e a contesti come il Carpino in Folk. Quanto la tradizione e la terra pugliese influenzano il tuo modo di comporre per il cinema internazionale?
Da buon pugliese ho sempre adorato la musica tradizionale, anche se mi piace quella di tutto il mondo. Credo che tutto il Mediterraneo abbia una musica tradizionale meravigliosa, ma di recente sono venuto a contatto anche con la musica tradizionale coreana, asiatica e africana, perché penso che conservi una verità enorme. Nella musica di oggi c'è logicamente un processo di modernizzazione, mentre la musica tradizionale conserva un'origine, un'identità e una verità. Secondo me è fondamentale mantenere queste tradizioni. L'anno scorso il maestro Antonio Pizzarelli, che è il direttore artistico del Carpino in Folk – uno dei festival più importanti della Puglia e di tutto il Sud Italia – mi ha lanciato la sfida di creare l'Orchestra Popolare del Carpino in Folk e, al contempo, di ridare luce ai pezzi della musica tradizionale del Gargano. In Puglia è molto famosa la pizzica in tutto il mondo, però la pizzica appartiene al Salento. Nel Gargano abbiamo la tarantella del Gargano, che è un'altra musica davvero meravigliosa. È bellissimo vedere come questo progetto stia avendo un successo amplissimo. Ho cercato di scavare nelle tradizioni e di rivestire questa musica con suoni più contemporanei, che strizzano l'occhio ai giovani e alle nuove generazioni, mantenendo però la sua verità nei testi, nella struttura e nell'armonia. Portare in giro la nostra musica e farla scoprire a persone che non hanno mai sentito qualcosa del genere è davvero gratificante. Naturalmente questo è un bagaglio che io porto nella mia musica per il cinema e nei miei altri progetti. Logicamente, quando creo un pezzo non penso a cosa sia destinato: ho il mio stile, la mia cifra stilistica e un background che mi fa comporre in un determinato modo. Avere a che fare quotidianamente con la musica tradizionale rappresenta un'influenza importante in tutti i lavori che vado a eseguire.

9) Ti chiedo ora di fare un piccolo esercizio di flusso di coscienza. 
Se ti dico la parola "trasparenza", qual è la prima nota, l'accordo o lo strumento musicale che ti viene in mente e perché?
La parola trasparenza mi porta al diapason. Il diapason è il La a 440 Hertz, perché è molto puro ed è molto iniziatico. Secondo me la trasparenza è qualcosa di fondamentale, in qualsiasi accezione vogliamo dare a questa parola, quindi penso a qualcosa di sublime e di vero. Spesso, come dicevo, ci troviamo in una società che ha delle finte trasparenze, tutta una serie di convenzioni che ci fanno solo sembrare puri. Io pratico spesso meditazione e yoga per far sì che la mia anima e la mia energia si rigenerino continuamente. In "trasparenza" vedo questo: una purezza reale e sincera che in musica, per me, è rappresentata proprio dal La del diapason.

10) Immagina che la tua vita fino a oggi fosse un film e tu dovessi scriverne il tema principale. Che genere musicale sarebbe e quale strumento guiderebbe la melodia?
Questa è una bella domanda. In realtà un regista, un paio d'anni fa, voleva realizzare una specie di docufilm sulla mia storia, perché spesso viene presa come esempio. È un po' fuori dalle convenzioni il fatto di aver iniziato così giovane a fare questo mestiere così ambito, bello e al tempo stesso di grande responsabilità. Mi invitano spesso nelle scuole a parlare del mio lavoro e dell'importanza di credere nei propri sogni. Se un domani dovessero fare un film su di me – anche se non credo – il mio strumento sarebbe ovviamente il pianoforte. Immagino un tema guidato dal pianoforte con gli archi, i fiati e le percussioni che vanno a renderlo epico, come faccio spesso nella mia musica.


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