L'angolo dell'intervista Lucia Mascino: "Abbiamo bisogno del racconto delle cose per capirle"
Ho l'immenso piacere di aver ospite nel mio blog un'attrice che sicuramente avrete visto nel piccolo schermo ultimamente. Una professionista straordinaria che con ben quattro candidature ai Nastri d'Argento e la vittoria del Premio Anna Magnani ha saputo lasciare il segno nel piccolo schermo attraverso progetti di successo come Una mamma imperfetta di Ivan Cotroneo, la serie Sky I delitti del BarLume nei panni del commissario Vittoria Fusco e, di recente, nel toccante ruolo di Antonia Salzano nel film tv di Canale 5 Il mio nome è Carlo, dedicato alla storia di Carlo Acutis.
Ma Lucia Mascino si distingue soprattutto per una rara profondità artistica, maturata in anni di teatro al fianco di maestri come Danio Manfredini. Per lei la recitazione non è intrattenimento da algoritmi, ma una forma di resistenza culturale. È la capacità di «attraversare la fragranza della vita attraverso una finzione per celebrare quella vera che a volte viviamo senza accorgercene».
Parlando con lei si scopre che un’attrice del suo calibro è capace di provare le scene in mezzo alla folla del Decathlon, o di isolarsi dal rumore del set piantandosi immobile a mormorare davanti al vetro di una finestra. Questo perché, come ci racconta in questa splendida intervista scritta che mi ha concesso direttamente dal set, per emozionare davvero il pubblico l'unica via possibile è fare l'esatto contrario di ciò che ci chiede la società di oggi: «Azzerare l'ego e lasciare che la storia ti entri dentro».
Ecco la nostra chiacchierata, nata da un messaggio su Instagram e diventata un viaggio prezioso tra il palco, lo schermo e la vita vera.
(Foto presa dal web)
Avviene alla prima lettura del copione. Mi ci preparo come a un appuntamento: spengo il telefono, sgombro la mente, lucido i pensieri, mi metto in una buona disposizione e, se posso, in un buon luogo e inizio. Cerco di non avere distrazioni, lasciando che le prime immagini vengano a galla. È un po’ come quando conosci qualcuno: le prime impressioni sono importanti, sono istintive, intuitive e possono essere una buona traccia per iniziare.
Poi lo lascio sedimentare e solo più tardi mi metto a studiare. La prima lettura non è studio, è solo visione. Evito persino di pensare che lo interpreterò, perché la figura si componga nella mia percezione in modo autonomo, anzi, direi libero. Un altro momento importante è la prova costume e poi tanti altri momenti in cui, piano piano, ti avvicini al suo sentire e al suo sguardo. Alla fine tu presti i tuoi occhi perché vedano con i suoi.
2. Il set sa essere un ambiente incredibilmente rumoroso e pieno di distrazioni. Come fai a isolarti e a proteggere il tuo spazio intimo prima di recitare?
Infatti a volte è difficile. Cerco un posticino neutro dove nascondermi, ma c’è sempre qualcuno da tutte le parti e allora provo a concentrarmi in mezzo al caos, senza andarci in contrasto. Penso: se riesco a portare anche i presenti in quello che abbiamo scelto di raccontare, se la realtà inventata diventa più vera di quella esterna, abbiamo fatto il nostro miracolo di artisti. Regalare una realtà possibile, far entrare in contatto gli altri con quel sentire, con l’intimità di quell’altro istante; non quello rumoroso del set, ma quello millimetrico che un regista o una regista ha scelto di raccontare. Allora è un viaggio di tutti dentro le sfumature dell’animo umano. Un bel regalo quando succede. Mi è capitato ed è quello che cerchiamo di far accadere, forse è persino la ragione del perché lo facciamo: attraversare la fragranza della vita attraverso una finzione per celebrare quella vera, che a volte viviamo senza accorgercene.
Abbiamo bisogno del racconto delle cose per capirle e abbiamo bisogno di essere liberi di sentirle quando sono estranee per capire anche le nostre. Comunque serve anche un bravo aiuto-regista che sappia portare il set a un buon livello di concentrazione. In ogni caso, ormai sono così allenata che mi capita di preparare o rifare una scena persino al Decathlon in mezzo alla gente, senza accorgermene da tanto sono concentrata. O una volta, per restare dentro la scena e non farmi invadere dal resto poco prima di un provino, mi sono piantata davanti al vetro della finestra a pochissimi centimetri. Chi entrava e mi vedeva diceva: "Mi scusi" ed usciva; era un’immagine strana, una donna immobile davanti a una finestra che mormora tra sé. Prima ero semplicemente seduta e chiunque entrasse nel cucinino della produzione, dove attendevo il mio turno, si metteva a parlare con me.
3. In quale di questi due mondi, tra il palco e il set, ti senti paradossalmente più libera di rischiare e di lasciarti andare davvero?
Non dipende dal tipo di mondo, dipende dallo script, dal personaggio, da chi hai con te, dalle condizioni di quel momento, dal pubblico, dall’ispirazione, da qualcosa che non sai neanche bene dire. Ma conosco la sensazione: c’è un momento in cui tu ti vedi recitare e sai che non sei esattamente tu a condurre il gioco, tu sei sull’onda e la segui. Quando questa cosa accade e arrivi fino in fondo, ti nasce una forza calmissima dentro che somiglia alla felicità ma non ha espressione, ha solo espansione e un senso di: "Ma allora è possibile". Alla fine ti sei lasciata andare e ti sembra di somigliarti di più, di aver trovato qualcosa di te che non vedevi da tantissimo tempo. Lasciandoti andare è come se ti ritrovassi. Curioso.
4. Recitare ha un significato immenso: prestare il proprio corpo e i propri occhi a storie sempre diverse. C'è un personaggio, tra i tanti, che ti ha lasciato un qualcosa di inaspettato o che ha cambiato un po' il tuo modo di vedere le cose nella vita vera?
Un po’ tutti, è proprio il gioco del doppio che ti fa sentire che si può smontare e rimontare quello che vivi o che hai attorno, per trovare più libertà dentro, per capire meglio, per moltiplicare le emozioni e sentirti più vicino al senso delle cose e agli altri. È quasi un andare avanti e indietro nel tempo.
Le parole a volte ti fanno compagnia e le puoi tenere vicino per tanto tempo: quelle dette attraverso un personaggio o anche quelle che ti piacerebbe dire. Le parole dei grandi autori sono delle vere risorse e, come diceva Calvino, ripetersele ogni tanto a memoria è un ottimo esercizio. Alla fermata dell’autobus, ad esempio. Perché no? Un mio insegnante di Pontedera, un grande attore che si chiama Danio Manfredini, diceva: "Il nostro lavoro non ha orari, lo puoi fare sempre, in ogni istante; cammini avanti e indietro e ripeti quel testo". Io lo faccio spesso, per fortuna oggi con i cellulari pensano che io stia parlando con qualcuno.
5. In Il mio nome è Carlo hai interpretato una madre che affronta un mistero profondo: un figlio baciato dalla grazia e strappato alla vita troppo presto. Al di là del copione, dare corpo a questa storia ha spostato qualcosa nel tuo modo personale di guardare al mistero della vita, della fede o del dolore?
È stato un ruolo a cui sarò sempre legata quello della madre di Carlo Acutis. Come ha detto mia madre, e anche la stessa madre di Carlo, per me questo ruolo è stato un dono. Ha richiamato una mia antica sete, quella di stare con le cose di senso, il credere che gli esseri umani possano essere toccati e bagnati da qualcosa di vero e grande; un’antica sete di relazioni più profonde, più generose, più unite da un sentire che si dirige verso qualcosa che ha davvero a cuore il mondo. Pensieri seppelliti nel corso del tempo, ma che non sono mai scomparsi.
Quando Giacomo Campiotti (regista del film tv "Il mio nome è Carlo", ndr) mi ha chiamato lo scorso novembre ho sentito un "SÌ" forte e chiaro. Sapevo che lo avremmo fatto con lo stesso spirito e lo stesso obiettivo, quello di parlare direttamente al cuore della gente. E il successo, in termini di pubblico che lo ha seguito, ci dice che siamo saturi di un entertainment fatto di algoritmi, senza arte né umanità.
(Foto di scena da "Il mio nome è Carlo" (Mediaset / Fiction Mediaset) via web per scopi giornalistici e illustrativi)
6. In una recente intervista hai detto una frase bellissima: che per emozionare un attore deve «azzerare l'ego e lasciare che la storia ti entri dentro». In un'epoca in cui la società, invece, ci chiede continuamente di gonfiare il nostro ego, quanto è terapeutico e difficile, per te, fare l'esatto contrario sul set?
Sono sicura che anche altri attori la pensino così. Quando vedo le interpretazioni di Olivia Colman (attrice britannica Premio Oscar per "La favorita" e celebre Regina Elisabetta II nella serie "The Crown", ndr) non ho dubbi che sia questa la strada. Avevo letto una volta da qualche parte: "Ego, kill yourself". Da tenere a mente, vale per tutto, non solo per la recitazione.
7. Spesso si tende a mettere il cinema su un piedistallo rispetto alla televisione. Tu che hai frequentato grandissimi progetti televisivi, pensi che oggi la TV sia diventata uno spazio coraggioso per raccontare storie personali e complesse, capaci di parlare davvero a tutti?
Può esserlo… stiamo comunque messi ancora male se dovessi tirar le somme. Bisognerebbe avere il coraggio di guardare al valore e non ad altro. Bisogna smetterla di pensare che al pubblico generalista si possa dare spazzatura perché è questo che vogliono. Io non credo.
8. Portare la storia di Carlo Acutis in prima serata tv è stata una scommessa enorme. Che effetto ti fa sapere che, attraverso lo schermo televisivo, la tua interpretazione è entrata contemporaneamente nelle case di milioni di famiglie, toccando anche chi magari non va mai al cinema o a teatro?
È stata una strabiliante sorpresa e una bellissima ondata di emozione. Quando mi sono svegliata il giorno seguente la messa in onda, ho persino pianto per la commozione che ciò che avevamo messo dentro al film fosse arrivato.
Questo progetto mi ha ricordato certi valori con i quali sono cresciuta, quelli di mio padre e mia madre: l’essere più che l’apparire, quel modo là di vivere tutto alla rovescia rispetto ad adesso. Credo di averne una profonda nostalgia. Ma se il successo è stato così tanto è perché, nonostante tutto, questo mondo è ancora possibile poiché se ne sente il desiderio.
9. Carlo Acutis diceva che «tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». Oggi la televisione e i media vengono spesso accusati di omologare il pubblico. Secondo te, la buona TV può fare l'esatto contrario, diventando uno strumento per accendere la curiosità e spingere le persone a cercare la propria originalità?
Sì, la televisione resta un mezzo potente nonostante tutto e andrebbe utilizzato nella sua forza comunicativa per progetti che aumentino la conoscenza, la coscienza e quindi la gioia di vivere; non per atterrirci, appiattirci o aggredirci. Quando avevo 13 anni mi ricordo un bellissimo programma di Sergio Zavoli che era Viaggio intorno all’uomo: ero giovanissima, ma lo guardavo con attenzione e me lo ricordo ancora.
10. Ora ti metto alle prese con la scrittura creativa: mi potresti regalare una frase, un pensiero o un'immagine da cui chiunque a casa possa far partire una storia tutta sua?
C’è una strada sotto casa mia dove passa il tram, e lì dietro c’è una collina di alberi lasciata selvatica che copre lo sguardo, ma io lo so che là sopra, nascosta, c’è una piazza e vicino un giardino con degli aranci. E a volte la sera, quando non so dove andare, mi incammino per quella strada e costeggio il fiume e dopo poco salgo le scale a destra che sembra ti portino dentro la città e invece portano a un giardino.
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